La matematica non è una religione

Se l’otto per mille equivale a un miliardo di euro, a quanto equivale il cinque per mille?

La matematica avrebbe una risposta, semplice: otto sta a un miliardo come cinque sta a x.

Per cui x = cinque miliardi diviso otto = seicentoventicinquemilioni.

Lira più lira meno.

Ma l’otto per mille è materia di Dio, per cui la risposta della matematica non conta. Conta la fede, anche per chi non ci crede, e sull’otto per mille non mette alcuna firma.

L’importante è che non sappia che i suoi soldi finiscono egualmente alla Chiesa Cattolica, mentre quelli che avrebbe voluto destinare al 5 per mille saranno in parte scippati dallo Stato (disonesto qui perché fin troppo generoso con le confessioni religiose).

Ecco il video che ho girato insieme al mio amico Alex Raccuglia, e con gli amici attori Olga Fioriti, Giorgio Arcari e Sergio Paladino (è la voce fuori campo), per la campagna informativa dell’UAAR, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti.

Per altre informazioni sull’uso effettivo dei soldi dell’otto per mille vi rimando al sito www.occhiopermille.it.

Dare i numeri sugli embrioni

La Corte Costituzionale ha giudicato inammissibili due punti della contestata Legge 40 sulla fecondazione assistita, scritta contro il parere della comunità medica e approvata nel 2004 in ossequio alla volontà medievale e ottusamente antiscientifica del Vaticano, che nel nome di un bene astratto arrecava tanti danni concreti a uomini e soprattutto donne in carne e ossa.

Ora in tanti hanno scritto e scrivono che “è caduto il limite di 3 embrioni da impiantare”: è un errore, perché in Italia nessun medico serio da tempo impiantava più di 3 embrioni (lo fanno negli Stati Uniti, sfidando l’etica professionale, alcuni medici che vogliono apparire sui giornali come quelli della “mamma record”, come quella recente squilibrata che ne ha voluti e ottenuti 8, ma in questo l’Europa e l’Italia sono da sempre più serie, se si eccettuano i pochi “casi limite” screditati all’interno della professione).

In realtà, con la decisione della Corte è venuto meno l’obbligo di impiantare insieme e subito tutti gli ovuli fecondati, se questo è nell’interesse della salute della donna.

La buona prassi medica prevede infatti che il medico valuti caso per caso quanti embrioni è meglio impiantare per il miglior rapporto rischio-beneficio: in generale più embrioni accrescono le probabilità di successo, ma anche i rischi di gravidanze plurigemellari.

E prevede – nell’interesse preminente della salute della donna, ribadito dalla Corte Costituzionale – che i rischi e i fastidi associati alla stimolazione ovarica vengano ridotti al minimo: per questo si prelevano e si fecondano tutti gli ovuli prodotti, che saranno usati solo in caso di insuccesso dei primi tentativi. Così si evita di ripetere ogni volta l’operazione.

La legge, in effetti, aveva da un lato aumentato i parti gemellari e trigemini tra le donne giovani (nelle coppie in cui il problema di fecondità maschile veniva facilmente superato con la fecondazione in vitro, per cui venivano regolarmente impiantati tre embrioni, in gran parte destinati a nascere tutti e tre), e dall’altro lato ridotto le percentuali di successo nelle donne oltre i 35 anni: per loro, la fecondazione di solo tre ovuli significava spesso non ottenerne nel numero più adatto all’impianto, con l’obbligo ogni volta di sottoporsi alla massacrante stimolazione ovarica per poter riprovare.

Altre imprecisioni sono state riportate in queste ore dalla stampa anche sull’ampiezza della decisione della Corte Costituzionale: il governo si è affrettato a dire che la bocciatura è parziale e la legge ha superato nel complesso l’esame della Corte, ma credo che su questo abbia ragione il senatore del Pd Stefano Ceccanti, che all’ANSA ha dichiarato: «La Corte costituzionale si è pronunciata direttamente solo su due commi, il 2 e il 3, dell’art. 14 della legge 40 del 2004; sulle altre parti che erano state impugnate non si è pronunciata, non le ha dichiarate costituzionali, ma semplicemente irrilevanti nei casi in questione. Quindi sono state esaminate solo due norme e sono cadute entrambe per incostituzionalità».

Occorrerà insomma che un altro caso finisca in tribunale e da lì venga sottoposto all’attenzione della Corte per avere un parere nel merito.

Ad ogni modo, secondo il senatore Ceccanti, «L’aggiunta del vincolo di procedere senza pregiudizio della salute della donna significa concretamente ampliare i casi in cui è consentita la crioconservazione degli embrioni, anche in vista di impianti successivi. Una scelta strettamente conseguente a quella operata nel comma 2».

In sintesi, secondo il costituzionalista del Pd «la Corte dovrebbe aver riconosciuto la fondatezza dei richiami dei giudici alla violazione di almeno tre articoli della Costituzione: il secondo (dignità della persona, lesa perchè la normativa rigida portava con sé trattamenti invasivi e a basso tasso di efficacia); il terzo (uguaglianza perchè trattava irragionevolmente allo stesso modo donne diverse, con parti trigemini per le giovani e trattamenti inefficaci per le più anziane), il 32 (diritto alla salute rispetto ai rischi per la donna in relazione a trattamenti pericolosi) della Costituzione».

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Il dominio cattolico non piace al Vaticano

Una volta tanto sono d’accordo con il Vaticano, e con la lettera inviata all’organizzazione internazionale che sovrintende alla “toponomastica” di Internet, e alle convenzioni usate in rete per “dirigere il traffico, l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers).

Anche se confesso di trovare sinceramente ridicola l’autodefinizione di “Santa Sede”, tantopiù in una missiva del genere trasmessa in forma elettronica e senza sigilli in ceralacca, confesso che l’idea di veder spuntare tra i nuovi domini di primo livello (Top-Level Domains, in sigla TLD) anche nuovi indirizzi a carattere clerical-religioso sembra anche a me quanto di più assurdo – e foriero di guai – si possa immaginare.

Scrive il rappresentante della “Santa sede” (bah…):

La Santa sede vorrebbe portare all’attenzione del Board dell’ICANN i possibili pericoli connessi con l’assegnazione di nuovi domini di primo livello con riferimento alle tradizioni religiose (per esempio .catholic, .anglican, .orthodox, .hindu, .islam, .muslim, .buddhist, eccetera). Questi indirizzi potrebbero provocare pretese in competizione tra le diverse tradizioni teologiche e religiose, e potrebbero causare aspre dispute.

[The Holy See would like to bring to the attention of the Board of ICANN the possible perils connected with the assignment of new gTLDs with reference to religious traditions (e.g., .catholic, .anglican, .orthodox, .hindu, .islam; .muslim, .buddhist, etc…). These gTLDs could provoke competing claims among theological and religious traditions and could possibly result in bitter disputes].

Una volta tanto – ribadisco – sono d’accordo.

Anzi, ho il dubbio che il Vaticano sia stato anche troppo timido e cauto: di sicuro questi nuovi domini sarebbero una nuova occasione per innumerevoli guerre sante, a base di virus, trojan e denial of service.

Ad ogni modo, nell’eventualità che la proposta passi sto pensando di propormi come maintainer del dominio di primo livello .god (magari anche nella variante italiana .dio)

E se qualcuno non è d’accordo, lo scomunico. Ehm, rivendico le mie prerogative.

Vatti a fidare di Dio… (e pluribus unum)

La crisi internazionale delle borse sembra aver causato un piccolo corto circuito nei fedeli americani: le loro banconote riportano il motto “in God we trust” (che non chiama in causa l’Antitrust ma si traduce con “In Dio abbiamo fiducia”), ma oggi il Papa Benedetto XVI sembra chiamarsi fuori, affermando : «I soldi svaniscono, la parola di Dio no».

Mi sembra buffo perché suona un po’ come se di fronte alla dêbacle economico-finanziaria innescata dai mutui sub-prime dicesse: “Non ve la prendete con me”.

Chissà se qualcuno in Vaticano si era lamentato del (blasfemo?) accostamento al Dio Denaro, per cui la fiducia nel Signore figura su tutti i “verdoni” stampati negli Usa?

Un interessante articoletto pubblicato nel sito della Freedom From Religion Foundation [dal titolo “In God we (Don’t) Trust”] spiega che molti americani sono oggi convinti che si tratti Continua a leggere

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