Biolunch at ESOF 2010 – The first videos are online

Last July Jacopo Pasotti and I have organized our first Taste of Science – Biolunch event: 50 journalists attending ESOF 2010 in Turin were invited to taste a wonderful lunch in a beautiful restaurant together with six top Italian biologists, each presenting their research while a dish related to their research was being served.

Both the audience of journalists and the scientists appreciated the event (and the food and wine involved).

You can read the very lively and well written piece written for Science by Martin Enserink (“Italian Scientists Provide Food With Thought“), that even received the Euroscientist award, and scrolling down after the collection of comments from those who were there  you can see the short speeches by the three first speakers, followed by the presentation of the two Italian research institutions that sponsored the event.

And finally the two sponsors:

Quanto è facile credere a Babbo Natale!

Ho un sacco di amici intelligenti, su Facebook.

Tra di essi, ne sto scoprendo in queste ore molti talmente affascinati dalla storia del cavaliere senza macchia che lotta contro le infide istituzioni accademiche e il governo (e i matusa, aggiungerebbe Elio) per riuscire a salvare la vita delle povere popolazioni a rischio di terremoto da non rendersi conto che proprio il drammatico terremoto costituisce la dimostrazione che l'”esperto” Giuliani non ha trovato alcun sistema per prevedere i sismi, grazie all’analisi delle emissioni di radon, con un anticipo di 6-24 ore, e con una precisione sufficiente a evacuare la popolazione.

Il punto, mi viene da pensare, è che è difficile accettare l’impotenza dell’uomo di fronte a certi avvenimenti.

Se poi c’è qualcuno che dice: “Aspetta, non è vero che dobbiamo accettare questa tragica realtà: io posso fare qualcosa” (e c’è quasi sempre) la tentazione di mettere in discussione la scienza ufficiale diventa irresistibile per molti.

Ieri era Di Bella, con la sua pretesa cura a base di ritrovati in precedenza considerati promettenti e poi scartati o ridimensionati. Oggi è il signor Gioacchino Giampaolo Giuliani, collaboratore tecnico non laureato dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario di Torino che non ha mai avuto a che fare professionalmente con i terremoti a scuotere l’Italia.

Ierl la parola d’ordine era “somatostatina”, oggi è “radon”.

E così molti chiedono, con apparente ragionevolezza: “Perché la scienza ufficiale non vuole valutare criticamente, senza preconcetti, le ricerche di Giuliani sul Radon?”

Il perché è semplice: perché non è così che funziona la scienza (che non è priva di umani difetti, ma funzionare funziona). Giuliani forse non lo sa perché non è laureato, ma da che mondo è mondo gli scienziati sono innamorati delle proprie ipotesi e dei propri esperimenti. E siccome chi è innamorato è un pessimo giudice, se uno vuole che la sua ipotesi divenga scientifica chiede a chi studia le stesse cose di metterla alla prova. Lo fa pubblicando sulle riviste.

E così che ha fatto chi per primo ha pensato che le emissioni di radon potessero essere usate come precursori delle scosse sismiche.

Lo ha fatto quando io non avevo ancora l’età che ha mia figlia ora, nel 1973 (Earthquake Predictions: Breakthrough in Theoretical Insight? Allen L. Hammond Science 25 May 1973 180: 851-853 [DOI: 10.1126/science.180.4088.851], scaricabile con abbonamento):

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Dopo di allora, molti scienziati hanno studiato il radon, ma nessuno è stato capace di usarlo per prevedere con sufficiente precisione quando, dove e con quale intensità avrebbe colpito un terremoto.

Non lo ha fatto neanche Giuliani, col sisma che ha colpito la città in cui si trovava: quale occasione migliore per consegnare a un notaio una busta con la sua previsione precisa qualche ora prima che il sisma colpisse?

Avrebbe superato qualsiasi ostracismo della comunità accademica, e si sarebbe anche evitato un processo per procurato allarme.

A qualcuno risulta che lo abbia fatto?

E se non lo ha fatto, qualsuno sa dirmi perché?

Temo che ci torneremo su.

Donne, se il partner non vi soddisfa, non tirategli le uova marce!

Al posto del Viagra, la puzza di uova marce? Secondo uno studio italiano appena pubblicato online sui Proceedings of the National Academy of Sciences da Giuseppe Cirino e colleghi dell’Università Federico II di Napoli, proprio l’acido solfidfrico – ovvero il gas sprigionato dalle solfatare che viene usato anche nelle carnevalesche “bombette puzzolenti” – presenta effetti “interessanti” sui tessuti del pene, e potrebbe essere usato in prospettiva nella terapia della cosiddetta disfunzione erettile (termine politically correct per la ben nota impotenza sessuale maschile).
La donna insoddisfatta che decidesse di ricoprire il partner di uova marce, però, farà bene a non trascurare un paio di elementi: come riferisce anche un divertito articoletto di ScienceNOW (“Rotten Egg Gas: The New Viagra?“) citando alcuni studi precedenti sull’uso di questo gas per limitare i danni di infarto e ictus, l’erezione ottenuta in laboratorio ha riguardato solo alcuni tessuti provenienti da operazioni chirurgiche di cambiamento di sesso (l’equivalente della ricerca “in vitro”) e alcuni volontari a quattro zampe (topi di laboratorio anestetizzati, su cui hanno poi valutato l’intensità dell’erezione con metodi che non voglio nemmeno immaginare). Ma soprattutto, le quantità di gas impiegate per ottenere quel risultato sono tossiche per l’uomo.
Al momento, insomma, le bombolette puzzolenti applicate all’alcova potrebbero interessare tuttalpiù lo sceneggiatore che voglia immaginare il metodo perfido con cui una donna-mantide uccide i suoi partner dopo aver abusato di loro. Senza lasciare traccia.
Una mantide che riesce a spassarsela sorvolando sull’odorino che aleggia nella stanza.

P.S. Mi viene in mente una scritta che si dice fosse esposta nella vetrina di un panettiere (pure a Napoli): QUANDO VI DIVENTA DURO VE LO GRATTUGIAMO GRATIS, MA META’ CE LO TRATTENIAMO.

Contro le frodi scientifiche, il fiuto del giornalista

Il settimanale divulgativo “New Scientist” ha svelato una nuova frode nel campo della ricerca sulle cellule staminali. Come nel caso ormai stranoto delle ricerche dello scienziato sudcoreano Woo Suk Hwang   pubblicate da Science, anche quelle del gruppo diretto da Catherine Verfaillie, dell’Università di Minneapolis, in Minnesota, e pubblicate con grande risalto su “Nature” (e in precedenza su “Blood”) erano basate sulla falsificazione di immagini.

La frode è stata scoperta proprio dalla redazione di “New Scientist”, che aveva chiesto le immagini ai colleghi delle riviste scientifiche di prima pubblicazione per pubblicarle a sua volta, e avutele in mano ha scoperto che si trattava della stessa immagine elaborata con photoshop: quelle che erano state presentate come due distinte immagini provenienti da due distinti esperimenti erano in realtà l’elaborazione della stessa immagine, capovolta di 180° e modificata in alcune parti.

La denuncia del giornale ha portato a un’indagine da parte dell’Università, che ha accertato la responsabilità in particolare di una studentessa di PhD, Morayma G. Reyes.

Come nel caso della ricerca di Woo Suk Hwang, né la peer-review delle riviste, né l’occhio attento dei ricercatori che hanno avuto quegli studi tra le mani per anni, erano stati sufficienti a svelare la malafede.

Questa notizia mi ha fatto tornare in mente l’intervista che ho fatto nella primavera del 2007 alla vicedirettrice del British Medical Journal (prestigiosa rivista medica di prima pubblicazione, per la quale da anni scrivo corrispondenze per l’Italia), proprio sul’attività di contrasto alle frodi.

A me era piaciuto il fatto che lei rivendicasse, tra le doti necessarie a “sentire puzza di bruciato” il cosiddetto “fiuto del giornalista”.

Ecco il testo dell’intervista, leggermente adattata rispetto a quella uscita nel 2007 su “Il Sole 24 Ore Medici”.

Intervista con Trish Groves
sulle frodi nelle pubblicazioni scientifiche

Trish Groves siede su una poltrona scomoda – quella di vicedirettore del British Medical Journal con delega alla valutazione delle ricerche originali – in un periodo in cui le riviste biomediche sono attaccate da più parti: subiscono da un lato l’assedio di tutti coloro che vogliono sfruttare la loro credibilità per far passare studi poco scientifici, e con essi la loro agenda commerciale; e dall’altro lato sono messi in croce dai critici secondo i quali fanno troppo poco per contrastare inganni e frodi. Il prestigioso settimanale dell’Associazione medica britannica, in particolare, non vuole sfigurare agli occhi di quello che per 23 anni ne è stato direttore, Richard Smith, oggi in prima fila nel denunciare, con conoscenza di causa e senza alcuna indulgenza, le carenze del sistema di peer review, in primo luogo di fronte alle interferenze di tipo commerciale.

Dottoressa Groves, ritiene che il BMJ abbia una responsabilità particolare nel contrastare la cattiva scienza?
Sì, senz’altro. Si tratta di una responsabilità che nasce dalla consapevolezza che se si scarta una ricerca che presenta caratteristiche sospette senza approfondire le indagini si può star certi che presto un’altra rivista, magari meno ambita, la pubblicherà senza andare troppo per il sottile.

Ma perché non ci si può accontentare di impedire che una ricerca dubbia esca sulla propria rivista?
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L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga

Ho già citato l’iniziativa del Progetto Galileo, che trovo interessante e meritevole di attenzione nonostante ci siano stati alcuni attriti con alcuni dei suoi promotori, che a mio avviso nella loro critica alla bassa qualità dell’informazione scientifica sbagliano a puntare il dito così decisamente e indiscriminatamente sui giornalisti.

Uno degli ultimi post pubblicati sul loro sito, in particolare, ha suscitato molte reazioni interessate da parte di altri lettori, anche se secondo me fornisce in tema di Impact Factor solo una parte della storia, riassunta così nella conclusione:

Per concludere, anche se a prima vista l’IF sembra una cazzatella alla BlogBabel o alla Technorati, la comunità scientifica sa prendere contromisure adeguate per mantenere un livello serio – e aggiungo commisurato all’impegno intellettuale – della misura dell’autorevolezza.

Siccome mi pare utile interloquire su questi argomenti con tutti gli “uomini di buona volontà”, ma il mio tono è sembrato ad alcuni supponente e sgradevole, opto per riproporre qui un articolo sullo stesso argomento – ma con conclusioni a dir poco dissonanti – che ho scritto circa due anni fa.

Per inciso, ho appena notato che il sito di BlogBabel che come Technorati stilava una sorta di classifica dei blog ha chiuso per eccesso di polemiche.

(Una versione di questo mio articolo è stata pubblicata nel 2006, con un altro titolo, sul “Sole 24 Ore Medici”).

L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga

Ha da poco superato i cinquant’anni, ma in paesi come l’Italia l’impact factor ha impiegato talmente tanto tempo ad affermarsi da finire per arrivare forse troppo tardi: mentre in altri paesi, con in testa gli Stati Uniti, suona oggi molto naif pensare di applicarlo alla valutazione del singolo, non sono rari i casi in cui i ricercatori nostrani lo riportano con risalto nel curriculum. “Gli indici come l’impact factor e il citation index sono diventati quasi dei feticci” spiega Francesca Pasinelli, direttore scientifico della Fondazione Telethon e responsabile della selezione degli studi destinati a ricevere finanziamenti “anche se da tempo è diffusa la convinzione che non siano adatti a riassumere in una cifra il curriculum di un ricercatore”.
Concorda pienamente anche l’ideatore, Eugene Garfield, nel lungo articolo pubblicato sul “Journal of the American Medical Association”: ripercorrendo l’evoluzione della sua idea espressa per la prima volta nel 1955 sulle pagine di “Science” (scarica il pdf dell’articolo) e descrivendo le molte e sofisticate elaborazioni successive, che sono da tempo oggetto di specifiche discipline che vanno sotto nomi esoterici come “bibliometrica”, “scientometrica” o “giornalologia” (vedi box), rievoca anche le distorsioni, in parte ineliminabili.

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