Quando la laicità ha più sentimento religioso della chiesa

Per una coincidenza che qualcuno potrebbe attribuire a un disegno divino, il mio coro oggi pomeriggio canterà il “Brindisi” della Traviata di Giuseppe Verdi, e il pensiero di molti andrà al funerale di Enzo Baldoni, a quello cui abbiamo presenziato in molti, cantando alcuni brani, e a quello che aveva scherzosamente e scaramanticamente descritto nel 2003:

[…]una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.

Sono stato nella chiesa di Preci, e ho fatto molte riflessioni sul funerale, che in parte sento di non voler mettere per iscritto perché non vorrei che qualcosa suonasse stonato, o desse in qualche modo fastidio a Giusi e alla sua meravigliosa famiglia, che a Preci ci ha riservato un’accoglienza calorosissima.

Però un paio di cose mi sento di volerle scrivere.

Giusi, Gabriella e Guido nel comunicare luogo e data della cerimonia ne avevano chiarito lo spirito scrivendo:

Non sorprendetevi se si svolgerà in chiesa. Certo, Enzo non era credente, come noi d’altra parte, ma aveva un profondo amore e rispetto per il suo babbo che farebbe molta fatica a pensare ad un altro tipo di cerimonia. Siamo anche noi profondamente convinti che sia la cosa giusta. E anche Enzo metterebbe il suo babbo al primo posto.

Non sarà il funerale che Enzo aveva descritto. Non ci sentiamo in animo di fare una festa in questa occasione. Sarà una cerimonia semplice: una cerimonia aperta a tutti quelli che avranno voglia di salutare Enzo insieme a noi.

Così è stato, con il coro che ha trovato il modo di esprimere la sua vicinanza a modo suo, cantando un requiem in latino, un negro spiritual in inglese e un Pater Noster in russo, per ricordare che la spiritualità ha molte facce.

Io credo che Giusi, Gabriella e Guido, certo anche ispirati da Enzo, abbiano saputo dimostrare in modo esemplare che faccia può avere la spiritualità laica.
Una spiritualità che in questo caso è stata talmente forte e sicura di sé da riuscire a fare un piccolo passo indietro in segno di amore e rispetto, sapendo che altri non sarebbero stati capaci di fare altrettanto.

La seconda cosa che ci tengo a scrivere è in tutt’altro tono. Enzo Baldoni scriveva:

Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.

Forse è per quello che nel risistemare tutti noi nelle stanze dell’agriturismo dei Baldoni, dopo che mia moglie ha dovuto rinunciare a venire anche lei, una manina maliziosa (forse la stessa all’origine della curiosa coincidenza di cui parlavo all’inizio?) mi ha collocato in una stanza da tre con una coppia di amici omosessuali.
Per me era la prima volta, e devo dire che è stata una nottata molto movimentata.
Quando si dice le coincidenze e i disegni divini…

Alleluja!

Ecco il testo completo del testo spedito da Enzo Baldoni, il 24 maggio 2003, al suo newsgroup

Il mio Funerale

Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: “Ora il figlio vuole dire qualche parola”.

Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo.

Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi divesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso.

La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.

Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra.

Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni.

Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.

Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.

Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.

Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.

Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.

Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata.

Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega.

Lo sciopero della fame per i diritti che l’Italia ignora

Sull’Unità di oggi, 12 gennaio 2010 (ma io l’ho letto sulla pagina Facebook di Anna Paola Concia e l’ho copiato da lì perché online l’ho trovato solo nella versione impaginata): spero che questo appello amplificato dall’Unità ottenga in rete più ascolto e susciti più reazioni che in Parlamento.

ll 3 dicembre scorso Francesco Zanardi e Manuel Incorvaglia, due ragazzi omosessuali che si amano e vivono insieme, mandarono una lettera ai deputati e senatori, chiedendo semplicemente la calendarizzazione delle proposte di Legge sulle unioni civili che giacciono in Parlamento. Nella lettera fissavano al 4 di gennaio l’inizio dello sciopero della fame. Li contattai, parlammo a lungo. Erano determinati e fiduciosi: Siamo stufi di essere cittadini senza diritti, vogliamo affrontare la questione di petto, ci vogliamo impegnare in questa battaglia di civiltà.”

Ovviamente ho dato loro il mio sostegno da subito: in Parlamento sono depositate tre proposte di legge di cui sono prima firmataria. Riguardano equiparazione del matrimonio omosessuale, partnership sul modello tedesco e inglese e Pacs sul modello francese. Anche altri colleghi , del PD e PDL, hanno presentato prosposte di legge su questo argomento. Ma Il 4 gennaio, il digiuno di Manuel e Francesco è cominciato nell’assoluta indifferenza generale, della politica e dei massmedia. Francesco è finito in ospedale l’altra sera. Non se lo è filato nessuno. Ringrazio quindi l’Unità per questo spazio e per come è sempre sensibile al tema dei diritti civili. Ho provato a coinvolgere colleghi di destra e sinistra: niente. Mi sento frustrata, una grandissima frustrazione aumentata dal fatto che i ragazzi, che sento tutti i giorni, stanno continuando lo sciopero con non pochi problemi.

Perché questo silenzio? Lo chiedo soprattutto ai giornalisti, al mondo della comunicazione. Perché questo sciopero della fame per rivendicare i loro diritti sacrosanti è così invisibile? Perché noi omosessuali e transessuali facciamo notizia soltanto quando lo decidete voi? E di solito, solo quando facciamo scandalo? Vi stupirà sapere che all’estero per questa vicenda c’è molta attenzione: molte testate sono in contatto con Manuel e Francesco. Perché i giornali italiani che sono in prima fila quotidianamente per denunciare questa o quella ingiustizia non ritengono sufficientemente degna di interesse questa rivendicazione? Si tratta di diritti fondamentali, cari giornalisti. Di diritti umani. Certo non sono rivendicazioni di moda. Ma noi omosessuali e transessuali non vogliamo essere di moda. Vogliamo essere come tutti gli altri. Vogliamo essere raccontati dalla nostra informazione, dalle nostre leggi, dalla nostra Costituzione. E allora faccio un appello al popolo viola, ai giornalisti militanti, a tutti quelli che si mobilitano per difendere la costituzione. Per difendere i loro diritti fondamentali Manuel e Francesco devono sacrificare la vita? Siamo arrivati a questo? Vi ricordo che siamo in Italia. Non in Iran.

Anna Paola Concia, deputata PD

Qui c’è una video intervista in cui i due ragazzi raccontano la propria storia:

Boffo: il cerchio si chiude (Marino stai attento!)

Una squallida e oscura vicenda si chiude con Berlusconi che come al solito spiega che tutti raccontano bugie tranne lui, e l’ormai ex-direttore dell’Avvenire – costretto alle dimissioni dal “killeraggio” a opera del direttore del Giornale di proprietà di Berlusconi, che Berlusconi ha appena nominato e che Berlusconi non ha né rimbrotatto né tantomeno licenziato (*) – che se ne va, distrutto, e andandosene a chi dà la colpa di tutto?

A “un opaco blocco di potere laicista”. Un vero capolavoro. Da giornalista con la schiena diritta.

Capisco che il giornale dei vescovi non può dire troppo esplicitamente chè è Berlusconi il mandante del killeraggio, perché ora la parola d’ordine è “trattare”, ma per rigirare così la frittata ce ne vuole proprio tanto di pelo sullo stomaco.

Chissà, magari tra qualche giorno qualche geniale esegeta della politica italiana (e delle sue bassezze) dirà che questa sporca guerra di dossier l’ha iniziata Ignazio Marino…

P.S. (*) E’ utile ricordare che cosa scrisse nell’editoriale di commiato Mario Giordano, lasciando obtorto collo a Vittorio Feltri la poltrona di direttore del Giornale: […] quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove. […]

Non sono ancora partito (ma giuro che la prendo la tessera) – 2

Oggi sono finito sull’Unità con la mia odissea alla ricerca del circolo del PD Giambellino, e sono riuscito a far arrabbiare i due gentili iscritti (una dei quali è la portavoce del circolo) che si sono prodigati – in un contesto generale a dir poco inefficiente, e certo non rispondente ai proclami nazionali – per permettermi di iscrivermi (spero di riuscire a farlo domani sera).

Domani cercherò anche un modo garbato e cortese per spiegare alla portavoce del circolo, che in risposta all’articolo dell’Unità ha scritto un commento piccato, che la sua reazione avrebbe avuto un altro significato se si fosse anche premurata non dico di correggere subito gli indirizzi errati tuttora segnalati sui siti nazionale e milanese del PD, ma almeno di fornire – giacché scriveva una lettera a un giornale – un qualche diavolo di recapito a chi si trovasse nella mia identica situazione in futuro. Invece no, né un indirizzo fisico (con i prossimi orari di apertura previsti) né una e-mail né un numero di telefono…

Ero al telefono di nuovo con la collega giornalista dell’Unità, verso le 6, quando è entrata in redazione una amica che non vedevo da tempo e mi ha ringraziato per averle risparmiato una perdita di tempo: se non avesse letto l’Unità sarebbe andata anche lei proprio stamattina in Via Tolstoi, a prendere la tessera per sostenere Marino, e sarebbe finita come me a interrogarsi sulla scomparsa del circolo.

Comunque sono di buon umore, e in vista del fatidico giorno in cui varcherò la soglia di una ex sede della Democrazia Cristiana per prendere la tessera, ho trovato divertente comporre questi messaggi, visto che il primo sta avendo un discreto successo:

Immagine 4

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Immagine 2

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Nella sede della DC, a prendere la tessera…

Sono laico, e se prendo la tessera del Partito Democratico è solo perché serve per aiutare Ignazio Marino a presentarsi come segretario, nel nome della laicità.

DC

Mai avrei immaginato, però, che la mia prima tessera di partito l’avrei presa in una sede della DC, l’odiata Democrazia Cristiana… Eppure è così: ho peregrinato per un po’ invano alla ricerca del Circolo Giambellino del Partito Democratico, seguendo istruzioni sballate pubblicate sui siti ufficiali del PD, e finalmente stamattina sono riuscito a parlare al telefono con un amico di un’amica che è iscritto in quel circolo. Mi ha spiegato che hanno dovuto cambiare sede, e per il momento si appoggiano a una ex sede della DC.

E così stasera varcherò la soglia di una sede della DC per prendere la mia prima tessera di partito.

Lo farò perché sono laico, e perché spero che il mio gesto serva ad aiutare Ignazio Marino a presentarsi come segretario, nel nome della laicità.

Ma io sono laico o disfattista?

Prendo la tessera del Partito Democratico.
L’ho deciso quando Ignazio Marino ha annunciato la propria candidatura, e ha diffuso un appello a iscriversi rapidamente al PD per renderla possibile. Poco dopo ho costituito su Facebook un gruppo che si chiama “Per sostenere Ignazio Marino prendo persino la tessera del PD”, che in pochi giorni ha raccolto 66 adesioni.
La mia lettura di quelle adesioni, o quantomeno di buona parte di esse – sta nel “persino”.
Il punto è che io non solo non ho mai avuto la tessera del PD, ma neppure ho votato per il PD alle ultime due tornate elettorali, in cui il mio tentativo di fare sentire il mio profondo disagio è sfociato in un voto per Di Pietro (sì, ho votato persino per Di Pietro) e per i Radicali (gulp, ho votato persino per i radicali!).
Sul perché non abbia mai preso in vita mia (fino ai 42 anni) tessere di partito dovrò forse fare una riflessione: la risposta breve è che la politica per come l’ho vissuta fin da bambino piccolo (interpretata dal mio bisnonno Pietro Nenni e poi da mio padre Sergio) mi sembra fosse una cosa assai diversa da quella che leggo sui giornali. O meglio, la politica che fece mio padre cominciava a somigliare a quella di oggi, tanto che lui ne fu emarginato e ne soffrì non poco. Ma questa è un’altra storia…
Quella che voglio raccontare oggi è la mia esperienza della partecipazione alla prima riunione pubblica del comitato elettorale milanese che sosterrà la candidatura di Ignazio Marino. La cronaca delle cose interessanti dette all’inizio la trovate sul mio canale Twitter.
Gli aspetti su cui gli organizzatori hanno speso giustamente molto tempo erano quelli formali: perché la candiatura possa essere presentata, occorre che nelle fasi iniziali sia sostenuta da un gran numero di iscritti al partito, per cui se si vuole poter votare per Ignazio Marino alle primarie del prossimo ottobre (cui potranno poi partecipare tutti i cittadini, anche non iscritti) occorre rapidamente assicurargli il sostegno di un gran numero di tesserati, che dovranno essersi iscritti entro il prossimo 21 luglio.

A un certo punto ho smesso la cronaca su Twitter, più o meno mentre cominciavano gli interventi dei partecipanti “qualunque”.
Molto entusiasmo, qualche raccomandazione al candidato, qualche analisi politica dello scenario (lo scenario del partito, e delle candidature concorrenti), qualche osservazione su ciò che dovrà o non dovrà essere fissato nel programma, di imminente definizione. E molti interventi di persone che hanno dichiarato di aver appena preso la tessera, di averla ripresa dopo averla abbandonata o di essere lì lì per prenderla, affascinati dalla figura di Marino e da ciò che rappresenta.
Non sono mancate le sferzate contro il partito per come è ora, ma visto che in tanti parlavano di fare l’interesse del partito, mi sono iscritto a parlare per far presente che io la vedevo e la vedo in modo un po’ diverso, per cui preferisco pensare di farlo semmai nell’interesse del paese.
Tra quando mi sono iscritto e quando ho avuto la parola è passata una mezzoretta, nel corso della quale mi sono chiesto in che modo sintetizzare l’idea della tessera come gesto simbolico, fatto con una grande speranza ma tenendo gli occhi bene aperti.
Prima che venisse il mio turno il livello del chiacchiericcio in fondo alla piccola saletta stracolma (a occhio direi che eravamo almeno un centinaio, per oltre metà in piedi) era già salito fino a sovrastare chi parlava, e più volte era stato chiesto di esprimersi in grande sintesi, per cui quando è toccato a me ho cercato di essere breve e diretto.
Ho spiegato che prendo la tessera non per convinzione ma perché ricattato dal regolamento del PD: per me la candidatura di Marino va favorita perché promette di restituire l’iniziale maiuscola alla parola Politica, e sarà positiva se riuscirà a farlo anche se non fosse accompagnata dal risultato di avere Marino segretario del PD. Ciò premesso, ho spiegato che sarò un iscritto molto vigile ed esigente, pronto a organizzare un pubblico falò della tessera se questa promessa sarà disattesa.
Pensavo di aver dato uno strumento che potesse essere usato nei confronti dei tanti che non digeriscono proprio l’idea di aderire al partito di Rutelli e della Binetti (giusto per citare alcuni tra i motivi più macroscopici), e sono rimasto di stucco quando più d’uno nella sala ha rumoreggiato con frasi tipo “ma non puoi cominciare così…” e addirittura battute tipo “disfattista”.
Ho replicato che per me vale di più una tessera presa – e tenuta – con l’idea che non si tratta di un matrimonio indissolubile, ma mi pare che lì per lì la spiegazione non abbia avuto ascolto.
Solo dopo ho realizzato che avevo parlato rivolto alla sala, e non verso gli esponenti del nenoato comitato elettorale (Teresa Cardona, Pier Francesco Majorino e Matteo di cui non ho registrato il cognome, sorry), che peraltro non hanno commentato. Con il successivo iscritto a parlare è ripresa l’abitudine dell’applauso (ho applaudito anche io, intendiamoci) e di lì a poco la riunione si è conclusa.
Era già tardi, eravamo tutti stanchi, e io stesso ci ho messo un po’ a realizzare che cosa mi aveva colpito, al di là del sorriso amaro suscitato da quell’aggettivo sostantivato “disfattista” che mi pareva così ridicolmente stonato.
Mi ha colpito il fatto che tutte quelle persone riunite lì ed entusiasmate nel nome della laicità, che erano d’accordo sul fatto che il regolamento del PD fosse assurdamente esigente nel richiedere procedure così arzigogolate per permettere nuove candidature fossero pronte ad appropriarsi – in modo evidentemente inconsapevole – della mia tessera.
E’ bastato dire che si trattava di una tessera presa con un obiettivo ben preciso – rendere possibile la presentazione di una specifica candidatura, che al momento è associata a specifiche speranze – e che sarà stracciata se quelle speranze si dovessero rivelare illusioni, per scatenare una reazione di appartenenza che mi pare quanto di più lontano si possa immaginare dalla laicità.
In fondo se voto per Ignazio Marino, e prendo persino la tessera per permettergli di presentare la propria candidatura, è perché confido che sarà il primo ad assumere laicamente decisioni sulla base della realtà dei fatti, e non sulla base di quello che avrebbe voluto realizzare ma si è rivelato irrealizabile.
Io metto in conto l’ipotesi che lui non riesca a cambiarlo il PD, che a quel punto non avrà né la mia tessera né il mio voto, sulla base di una scelta laica e non ideologica.
Sono disfattista?

La matematica non è una religione

Se l’otto per mille equivale a un miliardo di euro, a quanto equivale il cinque per mille?

La matematica avrebbe una risposta, semplice: otto sta a un miliardo come cinque sta a x.

Per cui x = cinque miliardi diviso otto = seicentoventicinquemilioni.

Lira più lira meno.

Ma l’otto per mille è materia di Dio, per cui la risposta della matematica non conta. Conta la fede, anche per chi non ci crede, e sull’otto per mille non mette alcuna firma.

L’importante è che non sappia che i suoi soldi finiscono egualmente alla Chiesa Cattolica, mentre quelli che avrebbe voluto destinare al 5 per mille saranno in parte scippati dallo Stato (disonesto qui perché fin troppo generoso con le confessioni religiose).

Ecco il video che ho girato insieme al mio amico Alex Raccuglia, e con gli amici attori Olga Fioriti, Giorgio Arcari e Sergio Paladino (è la voce fuori campo), per la campagna informativa dell’UAAR, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti.

Per altre informazioni sull’uso effettivo dei soldi dell’otto per mille vi rimando al sito www.occhiopermille.it.

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