Le paure sulle nanotecnologie, e altre storie sul giornalismo scientifico

Di ritorno dal corso sulle nanotecnologie diretto da Barbara Gallavotti e Enzo Iarocci presso la Scuola internazionale di giornalismo scientifico attiva al Centro di cultura scientifica Ettore Majorana di Erice, ho scritto un articolo (Are we ready for the next nano-scare?) non qui – come avrei probabilmente fatto in passato – ma sul blog dell’EUSJA, l’Unione Europea delle Associazioni di giornalisti scientifici.

Come sa chi mi conosce, infatti, negli ultimi anni l’impegno nell’associazione Science Writers in Italy (che tra le altre cose ha patrocinato attivamente proprio la scuola di Erice) mi ha portato a essere sempre più impegnato anche a livello internazionale: dal marzo di quest’anno sono entrato a far parte del comitato direttivo appunto dell’EUSJA, per occuparmi specificamente di sviluppare le attività di social networking (in particolare su Facebook) e l’attività del sito, su cui abbiamo avviato un blog collettivo (ovviamente in inglese).

Mi è parso quindi doveroso raccontare in inglese la bella esperienza vissuta nella splendida cittadina siciliana, con un bel gruppo di una quarantina tra giornalisti scientifici e comunicatori della scienza provenienti da numerosi paesi europei ed extraeuropei.

Il tema generale del corso erano le nanotecnologie, e il workshop che abbiamo organizzato e gestito Daniela ed io verteva sulla difficoltà di condividere le stesse scale di valori in situazioni di grande incertezza, come appunto è oggi lo scenario con cui ci si confronta quando ci si interroga sui potenziali pericoli associati all’inarrestabile diffusione di prodotti commerciali che sfruttano le formidabili proprietà delle nanoparticelle.

Uno scenario in cui sembra più che mai necessario e urgente trovare nuove forme di collaborazione tra mondo della scienza e mondo del giornalismo (inteso come diverso e ben distinto dal mondo della comunicazione della scienza), come avevamo auspicato in un altro interessante workshop – ancora una volta a Erice – organizzato nel 2009 dal farmacologo veronese Giampaolo Velo presso la Scuola di farmacologia, con un nutritissimo gruppo di esponenti di spicco della Società internazionale di farmacovigilanza, mettento a punto la “Dichiarazione di Erice” pubblicata nel 2010 sul British Journal of Clinical Pharmacology:

The media and professional communicators have an important role, not only as safety partners, but also in scrutinising the performance of drug safety systems.

New ways to cooperate with the media as professional equals must be explored to help in the provision of balanced, comprehensible, trustworthy and interesting safety information to the public on a regular basis, apart from specific announcements or reports of problems or crises.

Terremoti, previsioni e cattivo giornalismo

Puntuali come una sequela della scossa che ha devastato l’Emilia, tornano le polemiche sulla prevedibilità dei terremoti.
E tornano ad avere spazio i molti personaggi che – per ignoranza o malafede – si dichiarano convinti di essere profeti inascoltati, perché loro i terremoti li sanno prevedere (dicono).

Regolarmente il «circo dei media» alimenta – per ignoranza o malafede – questo pericolosissimo inganno, spesso presentando la disputa come se si trattasse di un ricercatore fin troppo disinteressato e trasparente che lotta contro l’establishment ricco e potente della opaca «scienza ufficiale».
Una scienza in realtà incapace di fare il suo mestiere o complice di chissà quale complotto per lucrare sulle morti innocenti dei poveri cittadini tenuti nell’ignoranza.

È un cliché che fa audience, indubbiamente.

Ma a me non interessa ora sapere se chi invita in televisione personaggi come Gioacchino Giuliani lo fa solo per l’audience o perché non ha capito che dice cose molto imprecise e molto pericolose. Non voglio entrare nel dibattito se la stampa italiana sbagli più per ignoranza o per malafede.

Voglio provare a proporvi un giochino.

Proviamo a porci sempre la domanda che ogni giornalista dovrebbe farsi e dovrebbe fare ai suoi interlocutori: «OK, ma in pratica?»

Magari scopriamo che la risposta ci aiuta anche a distinguere chi è più o meno ignorante e chi è più o meno in malafede…

Volete un esempio?

Se qualcuno dice di essere in grado di prevedere che migliaia di italiani moriranno nel 2012 (stanno morendo in questo momento) ma i suoi allarmi sono ignorati e le autorità sanitarie e politiche sono occupate in altre cose futili (e lucrose…), come faccio a capire se è uno squilibrato o uno che vuole vendermi qualcosa?
O magari uno che dice una cosa importante ma non si sa spiegare? O trascura qualche dettaglio importante?

Faccio domande, che ruotano attorno al quesito di base: «OK, ma in pratica?».

E sulla base di come ho capito le risposte, faccio altre domande, all’interessato e alle persone che dovrebbero saperne quanto lui (o più di lui). E chiedo agli uni e agli altri di aiutarmi a giudicare la qualità e completezza delle risposte.

Magari scopro che il succo di quello che dice è vero, ma ci sono spiegazioni molto meno “da prima pagina” rispetto al complottone dei potenti che vogliono arricchirsi ancor di più sulla pelle dei poveracci.

Nel caso in questione, qualunque esperto di sanità discute da anni di come intervenire per ridurre la cosiddetta “mortalità evitabile”, ovvero prevenire più efficacemente le malattie che possono avere – anzi, che hanno sempre in una certa percentuale – un esito fatale.

E la risposta che la sanità pubblica dà alla domanda «OK, ma in pratica?» è: si può migliorare la tempestività e la qualità degli interventi sanitari preventivi, di emergenza e di riabilitazione, e intervenire con campagne informative per modificare gli stili di vita.

Si possono giustamente invocare più risorse e un maggiore sforzo per usare al meglio quelle disponibili, ma da lì ad accusare di negligenza omicida volontaria il sistema politico che «non fa nulla» ce ne corre.

L’esempio può applicarsi al caso dei terremoti anche in un’altra chiave: la statistica dice che migliaia di persone moriranno nel 2012, ma non può dire né chi né quando né dove esattamente. È utile a pianificare gli interventi sanitari a livello di regione; a orientare al meglio le risorse disponibili, insomma, e a chiederne di più alla politica e ai cittadini, sapendo che nessuno vuole pagare nuove tasse.

Dal punto di vista del singolo cittadino e del suo rischio la questione si pone diversamente. Occorrono altre valutazioni, complementari, per capire quali individui sono in pericolo. E sappiamo che in questo caso corrono più rischi i fumatori, gli obesi, quelli che hanno familiarità eccetera…

A me pare che nel caso dei terremoti ci sia ancora troppa confusione – nei cittadini e tra i giornalisti – su che cosa si intende con la parola «previsione», che genera un gravissimo equivoco sulle possibilità di «prevenzione», ovvero la risposta che ciascuno per sé dà alla domanda «OK, ma in pratica?».

Oggi ottengono spazio sui media anche personaggi improvvisati che non sanno di dover rispondere sempre anche alla domanda «OK, ma in pratica?».

Pensano di poter semplicemente gettare nel panico la gente dicendo che ci saranno migliaia di morti (prima o poi, qui o là), col rischio addirittura di convincere qualcuno a lasciare una zona che a posteriori si rivelerà sicura per «mettersi in salvo» nella zona dell’epicentro…

Nel campo della sanità, il ricorso all’allarmismo eccessivo – anche quando non c’è una reale possibilità di fare qualcosa – è usato tipicamente dall’industria, perché aiuta a vendere.

Anche nel campo della sanità, il trucco di fondo è sempre lo stesso: «Nessuno ti ha detto che sei in pericolo, ma tu hai il diritto di sapere… e di avere gratis il nostro nuovo farmaco meraviglioso».

Farmaco che magari comporta rischi collaterali importanti in cambio di un beneficio troppo modesto, ammesso che ci sia (come per le «previsioni Giuliani»).

Le persone serie – e con loro i giornalisti seri – in questi casi mettono in guardia tutti dai facili entusiasmi, e ricordano che è importante concentrare le (poche) risorse su ciò che funziona davvero, anche se non riesce a impedire che molte persone continuino a morire: gli interventi strutturali, che non impediscono che la malattia – il sisma – colpisca, ma ne attenuano gli effetti immediati e intervengono efficacemente per ristabilire in fretta una condizione di normalità.

L’unica previsione utile per salvare le popolazioni delle aree colpite da un terremoto è – sarebbe – quella in grado di indicare con sufficiente anticipo e con sufficiente precisione:
• la localizzazione dell’epicentro del terremoto (per essere sicuri di non fornire alla popolazione false rassicurazioni, o peggio per non farla fuggire verso una zona più pericolosa di quella da cui la si evacua);
• l’intensità e la durata delle scosse;
• il momento in cui si verificheranno (per evitare uno stillicidio di falsi allarmi, e la conseguente perdita di credibilità).

Ecco due letture utili sull’impossibilità di usare ai fini di prevenzione le previsioni sui terremoti:

THE GUARDIAN – Attempts to predict earthquakes may do more harm than good
An inaccurate earthquake prediction is likely to have worse consequences than if there had been no prediction at all

LA REPUBBLICAQuando arriva il terremoto? Nessuno ora può prevederlo
Malgrado gli sforzi della comunità scientifica mondiale, il fenomeno naturale resta imprevedibile. Il perché lo spiega Gianluca Valensise, geofisico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia italiano (INGV)
di JACOPO PASOTTI

È da un po’ che trascuro il mio blog, ma è per una giusta causa: sono assorbito dalle moltissime attività in vario modo legate all’associazione di giornalisti scientifici che presiedo (Science Writers in Italy, affiliata alle federazioni europea – EUSJA – e mondiale – WFSJ – per conto della quale faccio parte del Programme Committee del prossimo congresso mondiale di Helsinki 2013). Proprio dalle discussioni  con i colleghi è stata ispirata questa riflessione.

Ecco la mia classifica dei paesi in cui si vive meglio

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha realizzato un interessante esperimento online associato a un sofisticato strumento interattivo che permette a ciascuno di attribuire un’importanza maggiore o minore ai parametri che normalmente vengono monitorati dalle scienze sociali, così da ottenere il proprio indice sintetico della qualità della vita e di riflesso la classifica dei paesi aderenti all’OCSE.

Io prima ancora di leggere i materiali informativi ho voluto assegnare le mie priorità a ciascuno degli 11 parametri (nella tabellina) senza pensarci su troppo, prendendolo come un gioco, ma alla fine il sistema mi ha chiesto di indicare sesso, fascia di età e paese, perché evidentemente chi ha messo in piedi questo sito sa che qualsiasi indicatore sintetico è più affidabile se gli scienziati riescono a tenere conto anche del punto di vista dei non esperti.

E’ nata l’associazione Science Writers in Italy

Il motivo per cui questo blog è fermo da tempo sta nel fatto che negli ultimi mesi mi sono dedicato al lancio dell’associazione professionale di science writers cui stavo lavorando da tantissimo tempo.

Al Forum di EuroScience ESOF2010 di Torino abbiamo fatto la prima comparsa “ufficiale” con un bel po’ di soddisfazioni, tra cui l’annuncio ufficiale della partecipazione al congresso mondiale dei giornalisti scientifici del Cairo 2011, dove sono stato invitato a organizzare una sessione sul rischio (e Daniela ne organizzerà una sulla bioetica).

Chi è interessato a saperne di più trova tutto nel sito http://www.sciencewriters.it.

L’Abruzzo, le tasse, il governo e il gioco delle tre carte

In risposta all’emergenza per il terremoto in Abruzzo, il governo ha deciso di truffare i cittadini.

Tra i tanti meccanismi disponibili per finanziare rapidamente gli interventi di soccorso e ricostruzione ha optato per quello meno limpido, che gli permetterà di fare bella figura senza dover tirar fuori dalle proprie tasche un euro di più.

Nemmeno se gli italiani dovessero firmare tutti per dare la propria quota di 5 per mille all’Abruzzo.

La spiegazione è semplice: il meccanismo del 5 per mille è truffaldino: nel nome sembra dire che ogni cittadino può donare il 5 per mille delle proprie tasse a chi vuole, ma nei fatti non è così, perché da quando il meccanismo è stato istituito è stato messo anche un tetto. In pratica, talmente tanti cittadini italiani hanno firmato per associazioni e centri di ricerca (dall’AIRC a Emergency, dal WWF all’UAAR) che il governo ha deciso di non farcela a sostenere la spesa. Anche se i soldi erano – in teoria – quelli dei contribuenti. Per cui ha messo un tetto di spesa, che l’anno scorso era di 400 milioni.

Tutte le associazioni laiche di volontariato e per la tutela del patrimonio culturale e ambientale, per la ricerca scientifica e la promozione dello sport si spartiscono quella somma: 400 milioni (per capire se per il governo è una cifra piccola o grande, basta pensare che la decisione di non accorpare in un solo giorno le imminenti votazioni costerà circa 460 milioni, che il governo scialacqua senza problemi perché così gli dice di fare il calcolo politico di bottega).

Ma allora per finanziare l’Abruzzo si poteva fare diversamente? Ovviamente sì: oltre a decidere di accorpare le votazioni (risparmiando appunto 460 milioni circa), il governo poteva chiedere agli italiani di destinare la propria quota dell’8 per mille allo Stato, impegnandosi a spenderla per l’Abruzzo.

Per l’8 per mille – destinato alle attività sociali realizzate dalle confessioni religiose, o dallo Stato – con c’è tetto. In compenso c’è una truffa inversa, che funziona a favore di alcuni destinatari: l’intero 8 per mille del gettito fiscale italiano viene suddiviso tra varie confessioni religiose, a prescindere dal numero delle firme raccolte. In tutto è circa un miliardo di euro, che finisce all’87% in tasca alla Chiesa Cattolica, che ogni anno fa pubblicità martellanti. E in percentuale modesta allo Stato, che non chiede mai quella firma e soprattutto spende poi quei fondi in modo opinabile (spesso per la conservazione degli immobili della Chiesa Cattolica).

Sei italiani su dieci firmano per il 5 per mille, ma in tutto “assegnano” 400 milioni di euro.

Quattro italiani su dieci firmano per l’8 per mille, decidendo come assegnare un miliardo di euro.

Gli scopi sono in gran parte sovrapponibili, ma quando il destinatario è laico la somma si rimpicciolisce, e quando è religioso lievita (se si rifa la proporzione, si scopre che il 5 per mille in realtà corrisponde al 3 e spiccioli; o viceversa che l’8 cresce e supera il 12). Con in più un’aggravante: sul 5 per mille ciascuno decide solo per i propri soldi (e neanche tutti, a causa del tetto), mentre sull’8 per mille la somma viene assegnata comunque tutta, e le firme servono solo a decidere come dividerla: con il 36% circa delle firme, il Vaticano incassa l’87% circa di quel miliardo di euro.

Ora il governo poteva fare una cosa limpida, democratica: chiedere agli italiani di riequilibrare il meccanismo vergognoso dell’8 per mille, semplicemente dicendo che avrebbe destinato all’Abruzzo – quindi a scopi sociali – la quota assegnata allo Stato dai cittadini che finora non firmavano. I cittadini avrebbero poi deciso se darli all’Abruzzo o lasciare che la Chiesa se ne impossessasse come ha fatto finora, nel silenzio e nell’ignoranza generale.

Ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto perché la Chiesa Cattolica si offenderebbe se qualcuno le facesse notare l’appropriazione indebita in atto da vent’anni (la legge prevede che l’importo sia adeguato ogni tre anni, ma gli incassi per l’8 per mille sono lievitati senza che nessuno facesse niente).

Al contrario, in ministro Tremonti ha offerto ai cittadini un’opzione di facciata: quel 5 per mille su cui conserva la leva del tetto, che tutto è tranne che democratico. Potrà sempre decidere che il tetto rimane lo stesso, per cui i soldi che vanno all’Abruzzo vengono sottratti a chi aveva deciso di destinarli alla ricerca sul cancro, o alla cura delle vittime di guerra, alla tutela del patrimonio ambientale e faunistico o alla causa della laicità.

C’è una sola parola per tutto questo: truffa.

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