Dare i numeri sugli embrioni

La Corte Costituzionale ha giudicato inammissibili due punti della contestata Legge 40 sulla fecondazione assistita, scritta contro il parere della comunità medica e approvata nel 2004 in ossequio alla volontà medievale e ottusamente antiscientifica del Vaticano, che nel nome di un bene astratto arrecava tanti danni concreti a uomini e soprattutto donne in carne e ossa.

Ora in tanti hanno scritto e scrivono che “è caduto il limite di 3 embrioni da impiantare”: è un errore, perché in Italia nessun medico serio da tempo impiantava più di 3 embrioni (lo fanno negli Stati Uniti, sfidando l’etica professionale, alcuni medici che vogliono apparire sui giornali come quelli della “mamma record”, come quella recente squilibrata che ne ha voluti e ottenuti 8, ma in questo l’Europa e l’Italia sono da sempre più serie, se si eccettuano i pochi “casi limite” screditati all’interno della professione).

In realtà, con la decisione della Corte è venuto meno l’obbligo di impiantare insieme e subito tutti gli ovuli fecondati, se questo è nell’interesse della salute della donna.

La buona prassi medica prevede infatti che il medico valuti caso per caso quanti embrioni è meglio impiantare per il miglior rapporto rischio-beneficio: in generale più embrioni accrescono le probabilità di successo, ma anche i rischi di gravidanze plurigemellari.

E prevede – nell’interesse preminente della salute della donna, ribadito dalla Corte Costituzionale – che i rischi e i fastidi associati alla stimolazione ovarica vengano ridotti al minimo: per questo si prelevano e si fecondano tutti gli ovuli prodotti, che saranno usati solo in caso di insuccesso dei primi tentativi. Così si evita di ripetere ogni volta l’operazione.

La legge, in effetti, aveva da un lato aumentato i parti gemellari e trigemini tra le donne giovani (nelle coppie in cui il problema di fecondità maschile veniva facilmente superato con la fecondazione in vitro, per cui venivano regolarmente impiantati tre embrioni, in gran parte destinati a nascere tutti e tre), e dall’altro lato ridotto le percentuali di successo nelle donne oltre i 35 anni: per loro, la fecondazione di solo tre ovuli significava spesso non ottenerne nel numero più adatto all’impianto, con l’obbligo ogni volta di sottoporsi alla massacrante stimolazione ovarica per poter riprovare.

Altre imprecisioni sono state riportate in queste ore dalla stampa anche sull’ampiezza della decisione della Corte Costituzionale: il governo si è affrettato a dire che la bocciatura è parziale e la legge ha superato nel complesso l’esame della Corte, ma credo che su questo abbia ragione il senatore del Pd Stefano Ceccanti, che all’ANSA ha dichiarato: «La Corte costituzionale si è pronunciata direttamente solo su due commi, il 2 e il 3, dell’art. 14 della legge 40 del 2004; sulle altre parti che erano state impugnate non si è pronunciata, non le ha dichiarate costituzionali, ma semplicemente irrilevanti nei casi in questione. Quindi sono state esaminate solo due norme e sono cadute entrambe per incostituzionalità».

Occorrerà insomma che un altro caso finisca in tribunale e da lì venga sottoposto all’attenzione della Corte per avere un parere nel merito.

Ad ogni modo, secondo il senatore Ceccanti, «L’aggiunta del vincolo di procedere senza pregiudizio della salute della donna significa concretamente ampliare i casi in cui è consentita la crioconservazione degli embrioni, anche in vista di impianti successivi. Una scelta strettamente conseguente a quella operata nel comma 2».

In sintesi, secondo il costituzionalista del Pd «la Corte dovrebbe aver riconosciuto la fondatezza dei richiami dei giudici alla violazione di almeno tre articoli della Costituzione: il secondo (dignità della persona, lesa perchè la normativa rigida portava con sé trattamenti invasivi e a basso tasso di efficacia); il terzo (uguaglianza perchè trattava irragionevolmente allo stesso modo donne diverse, con parti trigemini per le giovani e trattamenti inefficaci per le più anziane), il 32 (diritto alla salute rispetto ai rischi per la donna in relazione a trattamenti pericolosi) della Costituzione».

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