Contro le frodi scientifiche, il fiuto del giornalista

Il settimanale divulgativo “New Scientist” ha svelato una nuova frode nel campo della ricerca sulle cellule staminali. Come nel caso ormai stranoto delle ricerche dello scienziato sudcoreano Woo Suk Hwang   pubblicate da Science, anche quelle del gruppo diretto da Catherine Verfaillie, dell’Università di Minneapolis, in Minnesota, e pubblicate con grande risalto su “Nature” (e in precedenza su “Blood”) erano basate sulla falsificazione di immagini.

La frode è stata scoperta proprio dalla redazione di “New Scientist”, che aveva chiesto le immagini ai colleghi delle riviste scientifiche di prima pubblicazione per pubblicarle a sua volta, e avutele in mano ha scoperto che si trattava della stessa immagine elaborata con photoshop: quelle che erano state presentate come due distinte immagini provenienti da due distinti esperimenti erano in realtà l’elaborazione della stessa immagine, capovolta di 180° e modificata in alcune parti.

La denuncia del giornale ha portato a un’indagine da parte dell’Università, che ha accertato la responsabilità in particolare di una studentessa di PhD, Morayma G. Reyes.

Come nel caso della ricerca di Woo Suk Hwang, né la peer-review delle riviste, né l’occhio attento dei ricercatori che hanno avuto quegli studi tra le mani per anni, erano stati sufficienti a svelare la malafede.

Questa notizia mi ha fatto tornare in mente l’intervista che ho fatto nella primavera del 2007 alla vicedirettrice del British Medical Journal (prestigiosa rivista medica di prima pubblicazione, per la quale da anni scrivo corrispondenze per l’Italia), proprio sul’attività di contrasto alle frodi.

A me era piaciuto il fatto che lei rivendicasse, tra le doti necessarie a “sentire puzza di bruciato” il cosiddetto “fiuto del giornalista”.

Ecco il testo dell’intervista, leggermente adattata rispetto a quella uscita nel 2007 su “Il Sole 24 Ore Medici”.

Intervista con Trish Groves
sulle frodi nelle pubblicazioni scientifiche

Trish Groves siede su una poltrona scomoda – quella di vicedirettore del British Medical Journal con delega alla valutazione delle ricerche originali – in un periodo in cui le riviste biomediche sono attaccate da più parti: subiscono da un lato l’assedio di tutti coloro che vogliono sfruttare la loro credibilità per far passare studi poco scientifici, e con essi la loro agenda commerciale; e dall’altro lato sono messi in croce dai critici secondo i quali fanno troppo poco per contrastare inganni e frodi. Il prestigioso settimanale dell’Associazione medica britannica, in particolare, non vuole sfigurare agli occhi di quello che per 23 anni ne è stato direttore, Richard Smith, oggi in prima fila nel denunciare, con conoscenza di causa e senza alcuna indulgenza, le carenze del sistema di peer review, in primo luogo di fronte alle interferenze di tipo commerciale.

Dottoressa Groves, ritiene che il BMJ abbia una responsabilità particolare nel contrastare la cattiva scienza?
Sì, senz’altro. Si tratta di una responsabilità che nasce dalla consapevolezza che se si scarta una ricerca che presenta caratteristiche sospette senza approfondire le indagini si può star certi che presto un’altra rivista, magari meno ambita, la pubblicherà senza andare troppo per il sottile.

Ma perché non ci si può accontentare di impedire che una ricerca dubbia esca sulla propria rivista?
Perché quando si è nella condizione – e nella posizione – di chiedere conto agli autori degli aspetti poco chiari occorre farlo e, una volta scoperto che c’è qualcosa che non va, occorre andare fino in fondo per impedire che l’intera comunità scientifica venga ingannata. È l’unico modo, tra l’altro, per evitare che dati falsificati o comunque inaffidabili finiscano sul computer dei clinici di tutto il mondo e nelle successive revisioni e metanalisi. È a questo che da anni lavorano l’associazione mondiale degli editor di riviste mediche (WAME) e il Committee on Publication Ethics (COPE, vedi box ndr).
Gli esempi di comportamenti censurabili sono tanti, alcuni particolarmente complessi da identificare. Per esempio se una ricerca fa riferimento senza dichiararlo agli stessi pazienti di altri studi precedentemente pubblicati, non si può affermare che si tratti di una vera e propria frode (i risultati sono veri), ma chi successivamente trae le conclusioni (per esempio con una metanalisi) giungerà a conclusioni distorte.

In pratica, come procede il sistema di controllo? È l’editor stesso a valutare ogni singolo studio o si fida dei revisori?
Quando uno studio arriva al BMJ viene inizialmente filtrato dalla redazione che seleziona le ricerche particolarmente significative e con utilità pratica per i suoi lettori. Già a questo livello c’è un alto tasso di rifiuti, dato che la nostra è una rivista prestigiosa e molto ambita. Dopodiché lo studio viene inviato al revisore (o ai revisori) di fiducia della rivista e, se è da questi approvato, viene pubblicato.
Se però nel corso del procedimento qualcuno solleva un dubbio, per esempio sulle caratteristiche delle elaborazioni statistiche, si avvia una procedura particolare, che coinvolge esperti di secondo livello, tra cui statistici specializzati, capaci di rilevare alcuni pattern ricorrenti in caso di contraffazione. Se lo studio ancora non convince, si chiedono chiarimenti all’autore. Se anche questi non sono dirimenti, e si finisce per pensare che c’è qualcosa che non va non si può purtroppo dichiararlo ai quattro venti, in mancanza di prove concrete, perché si incorrerebbe nel reato di diffamazione, in particolare in gran Bretagna dove le leggi in materia sono molto severe.

Ma allora che cosa si fa?
Di recente in Gran Bretagna è stato istituito un Panel per l’integrità della ricerca (simile a quelli esistenti in Danimarca e negli Stati Uniti), ma le sue conclusioni non hanno alcun valore legale. Inoltre manca ancora un’istituzione sovranazionale.
Oggi le frodi sono eventi abbastanza rari, ma è importante studiarli con attenzione per scoprirne i meccanismi. Il COPE invita a segnalare, eventualmente in forma anonima, i casi critici, cosicché gli aderenti possano mettere a punto efficaci contromisure.
L’elemento fondamentale è la qualità della peer review, che non è una scienza, ma un’arte: un buon revisore, così come un buon editor, deve saper attingere anche agli strumenti del giornalista oltre che a quelli dello scienziato.

Mentre si attende che questi strumenti siano perfezionati, si può ancora fare affidamento su parametri come l’Impact Factor, di cui BMJ si è recentemente occupato con un numero tematico?
Nella mia veste di vicedirettore, sono la prima a sottolineare con i potenziali autori l’alto impact factor (IF) del BMJ. Nonostante ciò so bene che non si tratta di uno strumento perfetto, se non altro perché non valuta l’importanza della singola ricerca ma quella di tutta la pubblicazione. È però uno strumento in via di miglioramento: per esempio un tempo veniva calcolato sulla base di tutte le citazioni ottenute da uno studio, anche di quelle fortemente negative. Oggi l’ISI Thompson, l’istituto che calcola l’IF, nei casi eclatanti conteggia i giudizi negativi.

In conclusione, il gran parlare che si fa in questo momento delle frodi è secondo lei indice di un loro aumento o di una maggiore sensibilità nei confronti della questione?
A me pare che la qualità della ricerca nei 18 anni che ho passato al BMJ sia migliorata, anche perché si hanno a disposizione strumenti che un tempo non c’erano. Resta però il fatto che le università fanno poco per prevenire frodi come il plagio e che molti ricercatori che operano con una propria società di ricerca sono indifferenti alle eventuali sanzioni oggi applicate nei casi di cattiva condotta (sospensione dall’ordine dei medici, interruzioni di carriere universitarie o difficoltà di reperire finanziamenti). Occorre ancora lavorare molto perché si diffonda più consapevolezza anche a livello internazionale.

BOX – Chi è Trish Groves

Groves lavora al British Medical Journal da 18 anni. Attualmente riveste la carica di vicedirettore, con delega specifica alla valutazione delle ricerche originali destinate alla pubblicazione. Inoltre è responsabile della stesura e dell’aggiornamento delle policy della rivista e delle istruzioni per gli autori, e svolge per il BMJ attività di training e seminari sulla peer review in tutto il mondo.
E’ coautrice di numerosi libri e ha curato quattro fascicoli tematici del BMJ dedicati ad altrettante malattie croniche. Prima di approdare alla prestigiosa rivista dell’associazione medica britannica ha lavorato come giornalista free-lance per la stampa, la radio e la televisione.

BOX – Riviste mediche da riformare

“Le riviste mediche hanno molti problemi e hanno bisogno di essere riformate. La ricerca che pubblicano è difficile da interpretare e esposta a errori, e la peer review – ovvero il processo alla base delle riviste e dell’intera scienza – è profondamente carente”: è questa la sintesi che Richard Smith, dal 1991 al 2004 direttore del BMJ, dà del suo ultimo libro “The trouble with medical journals”, edito dalla Royal Society of Medicine Press.
E’ un pamphlet molto documentato e dettagliato, frutto di un’analisi lucida e impietosa come solo chi conosce e ama profondamente l’oggetto del suo studio può fare: “Sono andato a Venezia per scrivere questo libro e sono rimasto abbastanza interdetto dalla piega molto negativa che ha preso” spiega Smith. “Quando ho messo insieme tutti gli elementi sono rimasto sorpreso io stesso dall’entità dei problemi”.
Il primo fra tutti è l’influenza di interessi extra-scientifici: “Le riviste sono sempre più creature dell’industria del farmaco” argomenta Smith. “Gli autori degli studi pubblicati hanno spesso avuto assai poco a che fare con il lavoro di cui scrivono, e l’uso di ghost writers pagati dall’industria è in rapido aumento: molti studi hanno conflitti di interesse che non vengono dichiarati”.
Il libro analizza numerosi esempi di ricerca tutt’altro che limpida e conclude che si sta facendo troppo poco per contrastare le frodi.
Le reazioni non si sono fatte attendere: persino il BMJ ha pubblicato una recensione critica, seguita da numerosi commenti caustici sul sito. Smith non si è scomposto, e con humour e distacco britannici ha replicato: “Sono grato al BMJ per la recensione del mio libro, anche se l’autore pensava che fosse una schifezza. Potrebbe aver ragione – chi sono io per giudicare? – ma la rivista Lancet è stata più favorevole”.

BOX – In trincea contro le frodi

Si chiama COPE, e sta per Committee on Publication Ethics ma richiama inevitabilmente il verbo che in inglese significa “fare i conti con, affrontare responsabilmente”: è un consesso di professionisti dell’editoria scientifica creato per discutere dell’integrità del metodo scientifico. Per questo motivo, da dieci anni opera per incoraggiare redattori e direttori a riferire, catalogare e sottoporre a indagini approfondite tutte le situazioni del processo editoriale che mettono alla prova l’etica, in particolare quando c’è un sospetto di frode, di qualsiasi tipo.
Il risultato sono numerose flow-chart (a disposizione sul sito internet www.publicationethics.org.uk) che definiscono caso per caso il comportamento da seguire per capire fino in fondo, evitando di scartare uno studio con motivazioni generiche (perché prima o poi approderebbe sulle pagine di un’altra rivista).
Un esempio relativamente semplice riguarda il caso di un conflitto di interesse segnalato da un lettore dopo la pubblicazione:
conflict_of_interest

2 Risposte

  1. Sono da qualche mese laureato, il mio Relatore di tesi ha deciso di pubblicare, su una rivista scientifica, una sintesi della mia tesi di laurea riportado tutti i risultati ottenuti grazie al mio assiduo e proficuo lavoro, non riportando tra gli autori il mio nome, ma quello di persone estranee alla ricerca in questione. Vorrei sapere se esiste una legge che afferma l’irregolarità di tali comportamenti.

    • Ciao,
      ho lo stesso identico problema (successo pero’ un paio di anni prima del tuo) ma non riesco a mandar giu’ e voglio far qualcosa. Hai avuto risposte?

      Martino

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