Quanti neuroni nuovi, se fossi un uistitì

Da alcuni giorni sono solo in casa con le bimbe, perché mia moglie se n’è andata a Goettingen, in Germania, approfittando del programma EICOS (European Initiative for Communicators of Science), che io avevo seguito nella sua seconda edizione, nel lontano 1994 (sul loro sito compaio anche in una fotina, qui accanto: qualcuno mi ha trovato talmente significativo da metterci al posto della classe inaugurale, di cui parla la didascalia).

L’idea, molto bella, è quella di far fare a un gruppo di giornalisti di tutta Europa una settimana di esperienza in laboratorio (“hands on”) e un sacco di incontri e discussioni con ricercatori giovani e meno giovani, sconosciuti e molto affermati: spesso ne consegue una contaminazione incrociata che soddisfa molto sia gli uni sia gli altri, riducendo le distanze e favorendo il dialogo.

Mia moglie, che dopo la prima settimana sta iniziando la seconda “organizzata su misura” sui suoi intressi per le neuroscienze, ha scritto un post sul blog che tiene nel sito delle Scienze/Mente e Cervello, raccontando di come un premio Nobel si è aggregato alla loro discussione in un caffè (sono ben 16 i vincitori di Nobel residenti a Goettingen, ho scoperto da lei) e altre cose belle che sta vivendo e imparando.

La parte del suo post che mi ha fatto, egoisticamente, più piacere è quella in cui descrive alcuni studi che fanno pensare che il nostro cervello possa continuare a crescere con nuovi neuroni:

Kozorovitskiy è riuscita a dimostrarlo nei primati, sfruttando le proprietà della microscopia a fluorescenza: in pratica, ha verificato che nel cervello dei uistitì maschi (una piccola specie di scimmie), la paternità provoca non solo un aumento dei dendriti e delle sinapsi, ma anche del numero degli assoni (ovvero della parte terminale della cellula nervosa) e dei neuroni nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale, che ha un ruolo importante nella programmazione di nuovi movimenti. Tra queste scimmie sono i padri a curare la prole, a causa del peso dei neonati: la paternità è quindi una fase di intenso apprendimento di nuovi comportamenti, un po’ come accade, peraltro, anche a noi umani.

Siccome in questi giorni vivo intensamente la responsabilità della paternità (doccia, capelli, phon, pappa, nanna, sveglia, vestiti, scuola, sacchetta per la danza, danza, doccia, pappa e così via) trovo queste ricerche molto consolanti…

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