I pregiudizi – Sergio Turone

Ho recuperato il testo di un racconto di fantascienza (“Racconti di Santascienza” si intitola la raccolta) che mio papà pubblicò un anno prima della mia nascita.

Lo stesso spunto sarebbe apparso in un racconto di poco successivo di Luciano Bianciardi e poi sarebbe stato declinato in vari modi (anche da Luis Buñuel, purtroppo non ricordo in quale film).

Sergio Turone
I pregiudizi

da: Racconti di santascienza, Milano, 1965

«L’aspetto peggiore della religione
cristiana è il suo atteggiamento
riguardo al sesso» Bertrand Russell

«Gentili ascoltatori – esordì l’oratore – mi scuso prima di tutto se l’argomento di questa mia conferenza, cui avete avuto la cortesia di intervenire tanto numerosi, mi costringerà ad usare un linguaggio che la morale d’oggi considera scabroso; ma siamo in un campo rigorosamente scientifico e la scienza deve essere coerente a se stessa anche a costo di suscitare scandalo».
L’uditorio si fece attento. Le teorie del prof. Marco De Luigi in materia di psicologia e morale avevano suscitato vivo interesse fra gli studiosi della Terra e di tutti gli altri principali pianeti dove i libri di De Luigi erano stati tradotti. La grande maggioranza degli scienziati, psicologi e filosofi si era nettamente schierata contro le teorie deluigiane, considerate nella più benevola ipotesi utopistiche.
Tuttavia non mancavano piccoli gruppi di seguaci, specie fra gli studiosi più giovani. Anche nelle zone periferiche depresse, come Urano e Plutone, meno aperte a nuovi fermenti culturali, cominciava faticosamente a farsi largo, nel rigoroso moralismo conformista, l’idea coraggiosa di una radicale riforma psicologica e morale che distruggesse i tabù sorti da tempo immemorabile – e consolidatisi nonostante il progredire della civiltà – intorno al concetto del cibarsi.
«Perché mai – riprese l’oratore – la morale corrente considera scandaloso ed impuro l’atto del mangiare? Molti di loro stupiranno nell’apprendere che tre millenni or sono, durante l’era che gli storici moderni chiamano cristiana od anche era del materialismo mistico, la morale d’allora, curiosamente, investiva la sfera del sesso».
Alcuni degli ascoltatori seduti in prima fila assentirono con cenni del capo, come per far vedere che erano già informati della sensazionale curiosità storica citata dall’oratore.


«Ebbene – riprese questi – oggi noi rideremmo di gusto se qualcuno giudicasse osceno od anche solo sconveniente parlare dell’atto sessuale. La civiltà dell’era cristiana – che incontestabilmente rappresentava per molti aspetti uno stadio bassissimo rispetto al livello spirituale raggiunto oggi, tanto da essere ancorata appunto a quell’assurda morale sessuofoba, fonte di gravissime perturbazioni psichiche – aveva tuttavia, rispetto alla nostra civiltà odierna, il merito di non considerare affatto impudico e licenzioso l’atto del mangiare».
«Questi nostri lontanissimi antenati – per quanto rozzi e primitivi in quasi tutte le loro manifestazioni – consideravano il cibarsi un ovvio rito quotidiano in occasione del quale si radunava in una stanza della casa l’intera famiglia».
Un mormorio si udì nella sala. Alcune signore tossirono. Altri ascoltatori nascosero sorridendo il loro imbarazzo.
«Capisco – riprese l’oratore – l’impacciata meraviglia degli uditori. Rinnovo le mie scuse, specialmente – aggiunse con un sorriso cavalleresco – alle gentili ascoltatrici. Secoli di inibizioni pesano sulla nostra sensibilità e sulla nostra morale. Ma se ormai tutti comprendiamo la nobiltà e la purezza di un atto fisiologicamente importante come l’atto sessuale, perché dovremmo continuare ad avvolgere in una morbosa vergogna l’atto del mangiare, che è altrettanto importante e naturale?».
«Ma lei, scusi – interruppe un tale delle ultime file – mangerebbe davanti ai suoi bambini?».
«Ecco, ecco», fecero eco incuriositi altri contraddittori.
Il professor De Luigi scosse la testa: era la solita immancabile domanda. «Non è questione – disse – di ciò che farei o non farei io. Io non sono che uno studioso. Come individuo mi adeguo necessariamente alle norme della società in cui vivo. E vi assicuro – aggiunse con un sorriso – che anche in casa mia ciascuno pranza dietro al proprio paravento, senza farsi vedere dagli altri; e i miei bambini hanno imparato come i vostri a non parlar mai di cibi e cose simili. Ma nel contempo io cerco di educarli ad un esame critico delle cose. Occorre un po’ di coraggio per ribellarsi ai pericolosi tabù moralistici che soffocano lo sviluppo naturale della nostra civiltà».
Dalle prime file partì un tentativo di applauso; altri si accodarono ai battimani; alcuni zittirono. Il conferenziere proseguì: «L’insorgenza di tutti gli inconvenienti che deploriamo – come certa letteratura moderna che, spesso senza nemmeno il pretesto artistico, si compiace di descrivere morbosamente pietanze e pranzi, o come le perversioni nutritive così frequenti nella gioventù d’oggi (sono sempre più numerosi i casi di ragazzi che al posto del cibo normale mangiano le tende della propria camera o le pantofole o altro) – è ovviamente provocata non, come pretendono certuni, da una diminuzione del senso morale, ma piuttosto dal persistere dei tabù psicologici che fanno del mangiare un atto osceno e degradante».

L’oratore si spostò dietro un paravento a bere un sorso d’acqua, poi continuò: «Tutti avrete presente la recentissima sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato per atti contrari alla morale un giovane, reo di aver mangiato caramelle nel buio di un cinema. Tutti abbiamo deplorato il sequestro di quei manifesti pubblicitari che col linguaggio più castigato raccomandavano le virtù dietetiche di una certa pasta alimentare. Sono fin troppo note le polemiche circa i tagli imposti dalla Magistratura, giudice Tamburi, a quel recente film neorealista, dove la scena centrale è stata mutilata perché vi si scorgeva il protagonista che mordeva un sandwich. Ma non basta deplorare questi eccessi della censura!».

Un giovanotto pallido si alzò da una delle file centrali ed uscì dalla sala ostentando disapprovazione. Il conferenziere continuò tranquillo: «Se vogliamo in breve tracciare una genesi storica della morale cibofoba che domina la nostra civiltà, possiamo ricordare l’ipotesi estremamente suggestiva dello Knauer, secondo cui l’origine del tabù risale a circa tremila anni or sono, in un periodo in cui la terra non aveva ancora conosciuto gli altri pianeti, e l’esistenza di vaste classi popolari in assoluta miseria provocava fermenti e contese sociali. Per scongiurare le conseguenze tragiche della fame, certe gerarchie o caste sacerdotali, che secondo lo Knauer dovevano essere legate ai gruppi economici dominanti, diffusero nel popolo affamato il misticismo del digiuno e il dogma che mangiare fosse peccato».
«Non so dire – proseguì l’oratore – fino a che punto sia valida l’ipotesi dello Knauer: voi sapete che il cataclisma atomico dell’anno alfa ci ha lasciato pochissimi documenti sui quali ricostruire la genesi certa delle antiche civiltà. Comunque sia nata e si sia evoluta nelle varie epoche storiche la morale cibofoba, ciò che sorprende e preoccupa è come mai nella civiltà d’oggi, che ha superato l’etica ispirata al pregiudizio sessuale con tutto il bagaglio di superstizioni antiche, si sia ingigantito il tabù del mangiare, che fortunatamente non ha più giustificazioni economiche dopo la colonizzazione dell’Universo, ma che tuttavia è radicato morbosamente nella nostra psiche. Dobbiamo convincerci che nell’atto del cibarsi non c’è alcunché di vergognoso e di turpe; che esso è limpido e bello come l’atto sessuale, e pertanto come l’atto sessuale deve diventare libero e naturale».
Al termine della conferenza non mancarono applausi, per lo più di cortesia.
La gente sfollava commentando. Molti erano scettici. «Teoricamente – disse un signore anziano – avrà magari ragione lui; ma vorrei vedere che cosa farebbe se scoprisse sua figlia a mangiare caramelle in un cinema».

Una Risposta

  1. […] La vita eterna? Sulla Luna… Pubblicato il Mercoledì 19 Novembre 2008 di Fabio Turone Ecco le prime righe di un bel racconto di Alessandro Capriccioli (che ho “conosciuto” su Facebook dove anima la pagina dell’Associazione Luca Coscioni per la Libertà di Ricerca Scientifica), che secondo me non avrebbe sfigurato tra quei “Racconti di Santascienza” pubblicati da mio padre Sergio Turone nel 1965, un anno prima che nascessi (alcuni mesi fa ho ripubblicato qui, da quella raccolta, il suo racconto intitolato “I pregiudizi”). […]

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