Dottore, dottore, mi scrive un articolo scientifico?

Proprio mentre mi “accapigliavo” cordialmente con chi nel Manifesto del lodevole Progetto Galileo ha magnificato l’informazione che arriva al grande pubblico senza essere passata attraverso le grinfie dei giornalisti, da una delle mailing list della National Association of Science Writers mi sono arrivati numerosi messaggi, su due argomenti distinti ma per alcuni versi contigui.

La mailing list è quella dedicata alle chiacchiere informali, per cui non di rado appaiono messaggi su qualsiasi argomento. In questo caso, sono partite quasi contemporaneamente due discussioni, una sullo scandalo sessuale che ha coinvolto il Governatore dello Stato di New York Elliot Spitzer e un’altra sui diplomi in giornalismo scientifico visti come “boutique degree” (una definizione che alle mie orecchie suona più o meno come “laurea fighetta” ).

Il tema della prostituta di alto bordo è stato toccato solo molto superficialmente, con il sorriso: siccome molto del lavoro di science writing e di medical writing è pagato negli States all’ora, alcuni colleghi hanno scherzato sulle tariffe orarie delle “meretrici di stralusso” citate dai giornali, di 5.500 dollari (“talk about freelancing!”). Il tema ricorre, perché la vita lavorativa del free-lance anche molto bravo e qualificato non è sempre in discesa né ben remunerata.

Parallelamente, in molti hanno commentato il post di un giovane science writer che è rimasto interdetto quando a un aperitivo – a Boston – si è sentito spiegare da un collega più anziano (che scrive rapporti e comunicati stampa per un’Università) che i programmi in giornalismo scientifico sono più facciata che sostanza, “boutique degreees” appunto. Lo spiegava dall’alto della sua laurea in Inglese, per cui il giovane chiedeva alla lista se ci fosse una qualche contrapposizione storica tra giornalisti scientifici con o senza un background scientifico.

Sono fioccate molte risposte interessanti: da quello che diceva che qualsiasi vantaggio legato agli studi universitari di medicina in genere va scomparendo nel giro di pochi anni, perché un giornalista intelligente che legga la letteratura, frequenti i congressi più importanti e sappia sempre più fare le domande giuste alle persone giuste può recuperare appunto in due-tre anni; a quello che invece raccomanda un graduate program in giornalismo scientifico, ritenendolo se non sempre necessario comunque utile, anche per via degli stage che è possibile effetuare nelle redazioni; a quello – laureato in inglese – che non condivide la spocchia ma ricorda che era comune ai tempi dell’Università: “C’è un sub-set di studenti di inglese (principalmente studenti di scrittura creativa) che deride qualsiasi educazione alla scrittura che non sia finalizzata al perfezionamento della propria arte. La scrittura pratica (per esempio quella per uno stipendio) viene guardata dall’alto in basso”.

Poi è arrivata una testimonianza di un giornalista che ha vissuto in Australia, dove c’è – dice – una gerarchia visibile tra colleghi, secondo la formazione di provenienza: dai non laureati, ai laureati in materie letterarie o comunque extrascientifiche su su fino a quelli che si prendono nientemeno che una laurea in medicina con lo scopo dichiarato di fare i giornalisti scientifici.

Infine un ex redattore scientifico di “Time Magazine” (settimanale molto apprezzato per la qualità degli articoli di scienza e medicina) ha svelato un retroscena: l’ex caporedattore scientifico ha studiato inglese (e perdipiù solo fino al livello undergraduate), mentre quello attuale è laureato in legge; e una collega con formazione biologica ha concluso la discussione rammentando la volta in cui ha scambiato due chiacchiere con il famoso scrittore e divulgatore David Quammen, mentre lui le firmava uno dei suoi libri, al termine di una conferenza nel corso della quale aveve accennato al fatto di avere un PhD in Letteratura.

Lei gli ha detto scherzando di aver sbagliato tutto, visto che era partita dalla laurea in biologia.

Al che lui ha risposto: “Per carità, per fare il giornalista scientifico ha molto più senso una laurea in biologia”, e le ha gentilmente consegnato il libro autografato con un sorriso.

2 Risposte

  1. direi che e’ una splendida esposizione del perche’ il giornalismi scientifico e’ quello che e’….🙂

  2. Grazie per lo “splendido”, ma percepisco una vena sarcastica che mi piacerebbe tu rendessi esplicita…😉

    In fondo siamo qui per parlarne, no?

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