Il sonno della ragione genera la neurocosmetica

Chi sorride di fronte alla prospettiva che un giorno gli iscritti agli esami di ingresso all’Università – ma magari anche i candidati per una cattedra – vengano estratti a sorte per sottoporsi all’esame antidoping come gli sportivi farà bene a tenere a bada i muscoli facciali: una corrispondenza pubblicata in dicembre su Nature ha infatti scoperchiato un vaso assai poco lusinghiero per alcuni appartenenti all’Accademia.

Secondo Barbara Sahakian e Sharon Morein-Zamir, del Dipartimento di Psichiatra dell’Università di Cambridge, in Inghilterra, tra i docenti americani e inglesi non è raro il consumo di farmaci soggetti a prescrizione come lo stimolante Adderall, e il Provigil, che favorisce lo stato di veglia, che vengono assunti per migliorare le proprie prestazioni accademiche.

Doping del cervello, si potrebbe chiamarlo, o magari neurodoping.

Una loro indagine anonima e informale tra i colleghi ha rivelato che almeno una dozzina di loro li usa, con le modalità e per i motivi riassunti nell’immagine.

Nature

La rivista Nature è stata subito sommersa da numerose corrispondenze (favorevoli e contrarie all’uso di questi farmaci psicostimolanti assunti non allo scopo di contrastare un deficit ma di ottenere prestazioni migliori dal proprio cervello), e ha subito compreso l’importanza della questione. Ha perciò deciso di estendere l’indagine anonima a tutti i volontari disposti a compilare un questionario disponibile sul web (a distanza di due mesi dall’avvio di questa indagine, sono almeno 20 le “confessioni” di altri accademici, come riferisce il New York Times che ha appena dedicato un lungo articolo all’argomento).

Alcune testimonianze di docenti la dicono lunga: “Non parlo del fatto di riuscire a lavorare più ore senza dormire, anche se questo aiuta” ha spiegato un docente protetto dall’anonimato sul forum web del Chronichle of Higher Education descrivendo il fantastico effetto che le tre pilloline pro die di Adderall autoprescritte hanno avuto sulla sua carriera. “Parlo del fatto che sono in grado di assumere il doppio delle responsabilità, di lavorare due volte più veloce, di scrivere in modo più efficiente, di gestire tutto meglio, di ideare strategie migliori e più creative”.

Uno degli aspetti etici più dibattuti riguarda la liceità di una simile “scorciatoia”, che potrebbe obbligare anche chi non vuole ad adeguarsi per non essere lasciato indietro da colleghi e rivali dopati.

Il neurologo Anjan Chatterjee, dell’Università della Pennsylvania, ha coniato l’espressione “neurologia cosmetica” per sottolineare il parallelo con la chirurgia estetica, che all’inizio era vista come “vana e innaturale” e nel giro di pochi anni è stata completamente sdoganata.

E se oggi capita a chi usa il proprio corpo per lavorare di sentirsi suggerire un “ritocchino” qua e uno là, Chatterjee profetizza che domani potrà capitare a chi cerca un lavoro intellettuale di sentirsi dire: “Certo hai tutto ciò che serve per questo lavoro, ma noi ci aspettiamo che tu cominci una terapia con l’Adderall”.

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