Informazione? No, meglio allusioni e mezze verità

La lettura di questo articolo di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica conferma con dati di fatto concreti l’ipotesi che avevo letto sul blog Bioetica in un articolo di Giuseppe Regalzi secondo cui la misteriosa “nota” sarebbe un prodotto di chissà quale sottoscala sordido di chissà quale servizio segreto, ipotesi che mi era parsa molto verosimile.

Anche io avevo sentito puzza di dossier farlocco.
In modo probabilmente superficiale – e certo prevenuto – avevo però pensato che i fatti narrati fossero essenzialmente veri. Continuo a pensarlo, anche perché Boffo continua a non raccontare la sua versione sulla vicenda giudiziaria per chiudere la quale avrebbe pagato una cospicua multa, e questo silenzio rimane – ma solo dopo la lettura dell’articolo di Davanzo ho realizzato quanto lo scenario complessivo sia diventato incandescente.

L’evidenza sollecita qualche domanda preliminare: è vero o falso che Dino Boffo sia “un noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”? È vero o falso che la polizia di Stato schedi gli omosessuali?

Sono interrogativi che si pone anche Roberto Maroni, la mattina del 28 agosto. Il ministro chiede al capo della polizia, Antonio Manganelli, di accertare se esista un “fascicolo” che dia conto delle abitudini sessuali di Dino Boffo. Dopo qualche ora, il capo della polizia è in grado di riferire al ministro che “né presso la questura di Terni (luogo dell’inchiesta) né presso la questura di Treviso (luogo di nascita di Boffo) esiste un documento di quel genere” e peraltro, sostiene Manganelli con i suoi collaboratori, “è inutile aggiungere che la polizia non scheda gli omosessuali: tra di noi abbiamo poliziotti diventati poliziotte e poliziotte diventate poliziotti”. “Da galantuomo”, come dice ora il direttore dell’Avvenire, Maroni può così telefonare a Dino Boffo e assicurargli che mai la polizia di Stato lo ha “attenzionato” né esiste alcun fascicolo nelle questure in cui lo si definisce “noto omosessuale”.

[...]

Nessuna polizia giudiziaria, incaricata di accertare se ci siano state o meno molestie in una piccola città di provincia (deve soltanto scrutinare i tabulati telefonici), si dà da fare per accertare chi sia o meno a conoscenza nella gerarchia della Chiesa delle presunte “debolezze” di un indagato. Che c’azzecca? E infatti è una “bufala” che il documento del Giornale sia un atto giudiziario. E’ una “velina” e dietro la “velina” ci sono i miasmi infetti di un lavoro sporco che vuole offrire al potere strumenti di pressione, di influenza, di coercizione verso l’alto (Ruini, Tettamanzi, Betori) e verso il basso (Boffo). È questo il lavoro sporco peculiare di servizi segreti o burocrazie della sicurezza spregiudicate indirizzate o messe sotto pressione da un’autorità politica spregiudicatissima e violenta. È il cuore di questa storia. Dovrebbe inquietare chiunque. Dovrebbe sollecitare l’allarme dell’opinione pubblica, l’intervento del Parlamento, le indagini del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), ammesso che questo comitato abbia davvero la volontà, la capacità e soprattutto il coraggio civile, prima che istituzionale, di controllare la correttezza delle mosse dell’intelligence

Non stupisce il fatto che la vittima di questo killeraggio (come l’ha chiamato lui stesso) scriva oggi un editoriale assai meno forte, in cui finge di credere che si tratti di una questione tra lui e Feltri.

Il capolavoro di Boffo, non l’unico, è la frase in cui scrive:

non avevo neppure fatto troppo caso a dove si diceva che sarei stato da tempo «già attenzionato dalla Polizia di Stato per le mie frequentazioni» (ora, a scriverla, mi manca il fiato).

Da non credere…
Il direttore di un importante giornale legge di essere da tempo spiato dalla polizia perché ritenuto responsabile di comportamenti contro natura, e non ci fa caso?

E’ davvero incredibile. Come pare incredibile che non pensi ai servizi e sminuisca parlando di “lettera anonima”.

Ed è incredibile che non faccia nemmeno un cenno alla vicenda concreta, e dedichi invece un sacco di spazio a schermaglie un po’ infantili con Feltri.

Uno dei pochi messaggi chiari – a parte il preannuncio di una querela per lunedì – è un generico invito a “fare attenzione”, in particolare a colleghi giornalisti che “sembrano bene informati” ma potrebbero avere il dente avvelenato con Boffo perché non li aveva assunti all’Avvenire.
E qui – dopo tanti riferimenti che in parte mi sfuggono, destinati evidentemente a “chi sa” (o forse solo fuori luogo) – mi sembra di scorgere una chiara allusione a Mario Adinolfi, giornalista cattolico da tempo impegnato in politica (in passato nella DC, ora nel PD), che sulla vicenda aveva scritto già in passato, e che ora ribadisce calcando la mano, e citando un dettaglio che forse spiegherebbe il busillis: la polizia non scheda certo gli omosessuali in quanto omosessuali, come hanno detto a Maroni, però forse quando si occupa di prostituzione non distingue tra clienti eterosessuali e omosessuali, che sarebbero “attenzionati” in quanto clienti e non per le loro preferenze…

Simili resoconti non li cercherei nei commissariati di Terni o di Treviso, come avrebbe fatto il capo della polizia per riferirne al ministro Maroni, ma semmai a Roma o a Milano (visto che di ambienti milanesi parla Adinolfi).

Ad ogni modo io continuo a non capire bene il senso concreto di questa vicenda inquietante: una delle poche cose chiare è che la linea del Vaticano è quella solita: sopire e minimizzare. A loro piace raccontarla come una questione tra due direttori di giornale qualunque, e non dei quotidiani espressione diretta uno della CEI e l’altro di Berlusconi (che ha appena nominato personalmente il nuovo direttore, il cui stile è ben noto).

Il regolamento di conti avverrà in privato con Berlusconi (con anche qualche conto da regolare all’interno della Chiesa), perché i panni sporchi si lavano in sagrestia (e chissenefrega se gli italiani non capiscono, e poi pagano il conto, politico ed economico, delle nuove concessioni che il governo deciderà di fare alla Chiesa per riacquisirne le grazie).

Di sicuro però condivido l’allarme di “Repubblica”, sperando che i timori siano esagerati, e mi auguro che il comitato parlamentare di cui fa parte anche Emanuele Fiano – che conosco bene, e nei confronti del quale nutro moltissima stima – faccia tutto il possibile per accertare se e in che modo c’è dietro la solita “manina sporca”.

Contro i pericoli di Internet, il software ha bisogno dei genitori

Uno spot intelligente e di forte impatto promosso dal governo francese illustra con estrema chiarezza i pericoli che Internet – in mano a bambini e adolescenti senza controllo da parte dei genitori – può portare nella casa di ciascuno:

L’idea è azzecata, e la realizzazione eccellente.

Colpisce soprattutto il viso sereno e fiducioso con cui la mamma lascia entrare gli agghiaccianti visitatori dei suoi figli piccoli: dalla banda di naziskin, al gruppo di prostitute e prostituti, al fantascientifico militare che devasta ogni cosa con il suo mitra fino al pedofilo che prende per mano la piccola bambina innocente e la porta via promettendole di mostrarle il suo coniglietto.

Fa piacere scoprire che all’estero, grazie anche a finanziamenti europei, si fanno campagne così ben riuscite (questa è tradotta in molte lingue e sarà trasmessa in diversi paesi, forse anche in Italia).

Quello che lascia però perplessi è la raccomandazione che viene proposta: il controverso “controllo parentale” (anche noto in italiano come “filtro famiglia“) via software, sulla cui reale efficacia sono stati sollevati seri dubbi da molti anni a questa parte.

Quello che è certo è che nulla è efficace come la presenza (fisica, ma non solo) accanto ai propri figli che crescono: pensare che in assenza dei genitori un software possa davvero frenare la naturale curiosità di bambini e adolescenti rischia di essere controproducente.

Il discorso è ovviamente complesso, e quello che può funzionare con i bambini piccoli (ai quali si può impostare il computer per ricevere solo alcuni siti verificati, come spiega il sito ilfiltro.it anche se questo limita molto le loro possibilità di esplorazione autonoma e di scoperta) di sicuro non funziona più con gli adolescenti, che sono spesso fin troppo abili a maneggiare il software per aggirare qualsiasi ostacolo e vivono un periodo della propria vita a dir poco complicato.

QUESTO PROGRAMMA TI IMPEDIRA' DI GUARDARE CIO' CHE IO NON VOGLIO TU VEDA SU INTERNET - ME LO INSTALLERESTI?, Jim Borgman, 1997

QUESTO PROGRAMMA TI IMPEDIRA' DI GUARDARE CIO' CHE IO NON VOGLIO TU VEDA SU INTERNET - ME LO INSTALLERESTI?, Jim Borgman, 1997

In quel caso, le difficoltà aumentano ulteriormente, e i tentativi di imporre un ostacolo tecnologico potrebbero avere l’effetto di incoraggiare a scavalcarlo per il gusto di scavalcarlo, con un gesto di pura ribellione dalle conseguenze incalcolabili. Se poi questa “battaglia” ha l’effetto di ridurre il già limitato spazio per il dialogo il bilancio finale può essere negativo.

Io continuo a pensare che affronterò la questione con le mie figlie (che seppur piccole già usano giochini online, sempre in presenza di un adulto) seguendo la strada del dialogo franco, spiegando via via le cose (e illustrando i pericoli nascosti con una modalità e un linguaggio che mi paiono adatti all’età) e cercando così di favorire il processo graduale di scoperta di tutte le sfaccettature della realtà, con la conseguente assunzione di consapevolezza e responsabilità.

In questo sarebbe bello che anche la scuola cominciasse a fare la sua parte.

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