Archivio per la categoria 'ricerca scientifica'

Ma che bell’ambientino che c’è all’EPA…

In Italia ci si lamenta spesso del fatto che gli scienziati non vengono consultati dal legislatore, che spesso prende decisioni ignorando totalmente il punto di vista e le valutazioni di chi dedica la vita alle ricerche su un dato argomento. E non di rado si invidiano gli Stati Uniti, dove un profondo amore diffuso per scienza e tecnologia fa sì che il parere ufficiale delle agenzie scientifiche del governo sia in genere molto ascoltato.

Ora però un rapporto denuncia il fatto che se è vero che i ricercatori dell’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente (La Environmental Protection Agency, in sigla EPA) continuano a condurre ricerche fatte come si deve, le pressioni politiche sono talmente forti da far sì che molte verità “scomode” scompaiano dalla versione ufficiale dei rapporti diffusi al pubblico.

In sostanza, al momento di trasformare le raccomandazioni degli scienziati in direttive politiche la scienza viene messa in un cantuccio, e la politica ha il sopravvento.

La denuncia viene da un’indagine della Union of Concerned Scientists, che ha chiesto ai ricercatori dell’agenzia di compilare in forma anonima un dettagliato questionario online, scoprendo che oltre metà dei 1.600 scienziati che si sono presi la briga di rispondere ha subìto interferenze di carattere politico.

L’indagine è stata ripresa dalla stampa (e merita una segnalazione il dettagliato articolo del Chicago Trubune) e ha suscitato immediatamente alcuni atti da parte di deputati e senatori, tra cui il presidente del comitato parlamentare sulle riforme governative Henry Waxsman, che ha preannunciato di voler ascoltare l’Amministratore dell’EPA Stephen Johnson in merito alla “ampia e diffusa interferenza politica nel lavoro degli scienziati dell’EPA”.

Tra le tante differenze con l’Italia: lo ha annunciato e lo farà.

Quando Monty Python incontra Eminem e tutti e due incontrano l’ateismo

Oggi sono molto contento: ho ricevuto la visita sul blog dell’amico e collega Marco F che non sentivo da tempo, e sul suo blog “Leucophaea” ho trovato questo spassoso video, che lui ha ribattezzato “rap degli evoluzionisti”.

Al momento su youtube ci sono quasi 500 commenti (e molti blog ne parlano già, e offrono la trascrizione del testo del rap, che non è affatto facile da seguire), anche da parte di alcuni che non hanno capito che si tratta di una satira contro il creazionismo, il cosiddetto “disegno intelligente”, quell’idea affascinante quanto priva di fondamento che i religiosi provano a spacciare per scienza.

P.S. Ho toppato, e mi cospargo il capo di cenere: ho avuto conferma da colleghi giornalisti scientifici americani che la parodia in realtà prende in giro i non credenti (quorum ego), ed è opera di qualche creazionista. E a questo punto faccio tanto di cappello: non sanno distinguere le verità rivelate dalle teorie scientifiche ma con la computer graphics se la cavano molto meglio! (E chiedo scusa ai Monty Python per l’accostamento)

Spaghetti: scienza o religione?

Un interessante e assai divertente post di Dario Bressanini mi ha permesso di scoprire che il comportamento meccanico degli spaghetti è studiato da sempre in modo più o meno scientifico.

Dario riferisce di uno studio in cui due ricercatori parigini hanno spiegato con un elegante modello matematico perché gli spaghetti sottoposti a una flessione assai spesso si spezzano in tre o più pezzi.

Basile Audoly e Sebastien Neukirch dell’università parigina Pierre e Marie Curie, in un recente articolo pubblicato sul Physical Review Letters, sostengono di aver risolto il problema, costruendo un modello matematico della dinamica di uno spaghetto.

I due ricercatori hanno scoperto che, quando la curvatura dello spaghetto raggiunge un valore critico, questo si rompe, proprio come ci si aspetterebbe, in due pezzi.

A questo punto si potrebbe immaginare che i due frammenti si “raddrizzino”. Invece sorprendentemente, questa prima rottura genera un’onda che si diffonde lungo i due frammenti. Invece di smorzarsi rapidamente, l’onda aumenta la curvatura dei due frammenti generando ulteriori fratture, che a loro volta possono generare delle altre onde e produrre altri frammenti.

I molti commenti fioccati, in cui parecchi lettori hanno fatto pubblico “coming out” ammettendo di aver passato lunghe ore a spezzare spaghetti per diletto, con un atteggiamento tra lo scientifico e il mistico, mi hanno fatto pensare a un misconosciuto culto che ha molti adoratori in tutto il mondo: la Chiesa del Flying Spaghetti Monster.

Flying spaghetti Monster

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L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga

Ho già citato l’iniziativa del Progetto Galileo, che trovo interessante e meritevole di attenzione nonostante ci siano stati alcuni attriti con alcuni dei suoi promotori, che a mio avviso nella loro critica alla bassa qualità dell’informazione scientifica sbagliano a puntare il dito così decisamente e indiscriminatamente sui giornalisti.

Uno degli ultimi post pubblicati sul loro sito, in particolare, ha suscitato molte reazioni interessate da parte di altri lettori, anche se secondo me fornisce in tema di Impact Factor solo una parte della storia, riassunta così nella conclusione:

Per concludere, anche se a prima vista l’IF sembra una cazzatella alla BlogBabel o alla Technorati, la comunità scientifica sa prendere contromisure adeguate per mantenere un livello serio - e aggiungo commisurato all’impegno intellettuale - della misura dell’autorevolezza.

Siccome mi pare utile interloquire su questi argomenti con tutti gli “uomini di buona volontà”, ma il mio tono è sembrato ad alcuni supponente e sgradevole, opto per riproporre qui un articolo sullo stesso argomento - ma con conclusioni a dir poco dissonanti - che ho scritto circa due anni fa.

Per inciso, ho appena notato che il sito di BlogBabel che come Technorati stilava una sorta di classifica dei blog ha chiuso per eccesso di polemiche.

(Una versione di questo mio articolo è stata pubblicata nel 2006, con un altro titolo, sul “Sole 24 Ore Medici”).

L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga

Ha da poco superato i cinquant’anni, ma in paesi come l’Italia l’impact factor ha impiegato talmente tanto tempo ad affermarsi da finire per arrivare forse troppo tardi: mentre in altri paesi, con in testa gli Stati Uniti, suona oggi molto naif pensare di applicarlo alla valutazione del singolo, non sono rari i casi in cui i ricercatori nostrani lo riportano con risalto nel curriculum. “Gli indici come l’impact factor e il citation index sono diventati quasi dei feticci” spiega Francesca Pasinelli, direttore scientifico della Fondazione Telethon e responsabile della selezione degli studi destinati a ricevere finanziamenti “anche se da tempo è diffusa la convinzione che non siano adatti a riassumere in una cifra il curriculum di un ricercatore”.
Concorda pienamente anche l’ideatore, Eugene Garfield, nel lungo articolo pubblicato sul “Journal of the American Medical Association”: ripercorrendo l’evoluzione della sua idea espressa per la prima volta nel 1955 sulle pagine di “Science” (scarica il pdf dell’articolo) e descrivendo le molte e sofisticate elaborazioni successive, che sono da tempo oggetto di specifiche discipline che vanno sotto nomi esoterici come “bibliometrica”, “scientometrica” o “giornalologia” (vedi box), rievoca anche le distorsioni, in parte ineliminabili.

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Dottore, dottore, mi scrive un articolo scientifico?

Proprio mentre mi “accapigliavo” cordialmente con chi nel Manifesto del lodevole Progetto Galileo ha magnificato l’informazione che arriva al grande pubblico senza essere passata attraverso le grinfie dei giornalisti, da una delle mailing list della National Association of Science Writers mi sono arrivati numerosi messaggi, su due argomenti distinti ma per alcuni versi contigui.

La mailing list è quella dedicata alle chiacchiere informali, per cui non di rado appaiono messaggi su qualsiasi argomento. In questo caso, sono partite quasi contemporaneamente due discussioni, una sullo scandalo sessuale che ha coinvolto il Governatore dello Stato di New York Elliot Spitzer e un’altra sui diplomi in giornalismo scientifico visti come “boutique degree” (una definizione che alle mie orecchie suona più o meno come “laurea fighetta” ).

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Fabio Turone

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