Ho già citato l’iniziativa del Progetto Galileo, che trovo interessante e meritevole di attenzione nonostante ci siano stati alcuni attriti con alcuni dei suoi promotori, che a mio avviso nella loro critica alla bassa qualità dell’informazione scientifica sbagliano a puntare il dito così decisamente e indiscriminatamente sui giornalisti.
Uno degli ultimi post pubblicati sul loro sito, in particolare, ha suscitato molte reazioni interessate da parte di altri lettori, anche se secondo me fornisce in tema di Impact Factor solo una parte della storia, riassunta così nella conclusione:
Per concludere, anche se a prima vista l’IF sembra una cazzatella alla BlogBabel o alla Technorati, la comunità scientifica sa prendere contromisure adeguate per mantenere un livello serio - e aggiungo commisurato all’impegno intellettuale - della misura dell’autorevolezza.
Siccome mi pare utile interloquire su questi argomenti con tutti gli “uomini di buona volontà”, ma il mio tono è sembrato ad alcuni supponente e sgradevole, opto per riproporre qui un articolo sullo stesso argomento - ma con conclusioni a dir poco dissonanti - che ho scritto circa due anni fa.
Per inciso, ho appena notato che il sito di BlogBabel che come Technorati stilava una sorta di classifica dei blog ha chiuso per eccesso di polemiche.
(Una versione di questo mio articolo è stata pubblicata nel 2006, con un altro titolo, sul “Sole 24 Ore Medici”).
L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga
Ha da poco superato i cinquant’anni, ma in paesi come l’Italia l’impact factor ha impiegato talmente tanto tempo ad affermarsi da finire per arrivare forse troppo tardi: mentre in altri paesi, con in testa gli Stati Uniti, suona oggi molto naif pensare di applicarlo alla valutazione del singolo, non sono rari i casi in cui i ricercatori nostrani lo riportano con risalto nel curriculum. “Gli indici come l’impact factor e il citation index sono diventati quasi dei feticci” spiega Francesca Pasinelli, direttore scientifico della Fondazione Telethon e responsabile della selezione degli studi destinati a ricevere finanziamenti “anche se da tempo è diffusa la convinzione che non siano adatti a riassumere in una cifra il curriculum di un ricercatore”.
Concorda pienamente anche l’ideatore, Eugene Garfield, nel lungo articolo pubblicato sul “Journal of the American Medical Association”: ripercorrendo l’evoluzione della sua idea espressa per la prima volta nel 1955 sulle pagine di “Science” (scarica il pdf dell’articolo) e descrivendo le molte e sofisticate elaborazioni successive, che sono da tempo oggetto di specifiche discipline che vanno sotto nomi esoterici come “bibliometrica”, “scientometrica” o “giornalologia” (vedi box), rievoca anche le distorsioni, in parte ineliminabili.
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