Archivio per la categoria 'medicina'

Sesso a scuola: astenersi perditempo

Mentre da noi si dedicano articoli scandalizzati al caso di cinque preadolescenti che a Sant’Antimo, nel napoletano giocavano in classe a chi ce l’ha più lungo, negli Stati Uniti si discuteva sui programmi di educazione sessuale nelle scuole.

In particolare, si discuteva del fatto che i programmi che propugnano la sola astinenza non riescono a incidere minimamente sul numero di infezioni a trasmissione sessuale né sulle gravidanze indesiderate nell’adolescenza, certo indicativi di un grave problema.

Numerosi esperti hanno testimoniato ieri davanti al Congresso che i programmi fortemente voluti dai religiosi conservatori - quelli in cui si propugna la sola astinenza e ci si astiene dal fornire una vera educazione sessuale agli studenti, che dagli anni Novanta in poi stanno ricevendo cospicui finanziamenti federali - non funzionano.

E’ ovvio che in casi come questo non si tratta solo di buttar soldi pubblici in cose inutili, ma anche di distogliere i fondi, e l’attenzione degli studenti, da programmi che invece potrebbero avere un impatto positivo nel prevenire malattie e sofferenze.

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Solo l’acqua è innocente

Oggi Amnesty International ha pubblicato online un video (lo trovate nella colonna a destra) sulla tecnica di tortura chiamata waterboarding, di cui avevo parlato nel post in cui qualche giorno ripubblicavo un mio articolo scritto per la rivista di Emergency (I medici di Guantanamo tra divisa e camice bianco).
Nel frattempo George W. Bush, a capo di quella che molti considerano la più grande democrazia del mondo, ha ufficialmente dichiarato quello che si sapeva da un pezzo, ma solo ufficiosamente: che l’adozione di questi metodi barbari di tortura è stata fin da subito approvata dalle altissime sfere dell’Amministrazione USA.

Il video è pubblicato nel sito della campagna “Un-subscribe me”, che Amnesty International ha lanciato tempo fa contro l’uso di questi sistemi inumani nella cosiddetta “Guerra al Terrore”.

I medici di Guantanamo tra divisa e camice bianco

La recente pubblicazione del “memo” sulla base del quale l’Amministrazione Bush dopo l’11 setembre 2001 ha a lungo sospeso gran parte dei diritti civili dei cittadini americani, e autorizzato ogni nefandezza a danno di tutti gli altri nel nome della “sicurezza nazionale” mi offre l’occasione per affrontare il tema del coinvolgimento diretto dei medici negli interrogatori dei prigionieri sospettati di terrorismo, in cui è assodato che sono stati adottati veri e propri metodi di tortura, in violazione delle convenzioni internazionali.

Accanto a questo, i medici militari sottoposti alla pressione da un lato della deontologia medica e dall’altra delle loro gerarchie hanno accettato che alla loro nobile professione venisse sottratta l’etica, quando a Guantanamo hanno accettato di sottoporre sistematicamente a nutrizione forzata tutti i detenuti in sciopero della fame, a dispetto di vari pronunciamenti delle principali associazioni mediche del mondo, America compresa.

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TORTURA - MEDICI ARRUOLATI
ALMENO VENTI PRIGIONIERI DI GUANTANAMO BAY STANNO FACENDO LO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO LE CONDIZIONI «INUMANE E DEGRADANTI» IN CUI VENGONO DETENUTI.
LA NUTRIZIONE FORZATA A CUI SONO SOTTOPOSTI PER EVITARNE LA MORTE – ED EVITARE LE PROTESTE INTERNAZIONALI – CON LA COLLABORAZIONE DEI MEDICI DELLA BASE È UN’ULTERIORE FORMA DI TORTURA?

Sono venti i prigionieri di Guantanamo Bay che stanno facendo lo sciopero della fame, una forma di protesta molto usata fin dall’apertura del supercarcere americano in terra cubana. Usata ma poco efficace, dal momento che i carcerieri procedono senza troppi scrupoli alla nutrizione forzata, con l’assistenza di medici compiacenti.
Nelle scorse settimane la questione è stata nuovamente posta all’attenzione dell’opinione pubblica americana per il caso molto particolare di Sami al-Hajj, «prigioniero 345», che da oltre un anno sta facendo ricorso a questa forma estrema di ribellione.

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L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga

Ho già citato l’iniziativa del Progetto Galileo, che trovo interessante e meritevole di attenzione nonostante ci siano stati alcuni attriti con alcuni dei suoi promotori, che a mio avviso nella loro critica alla bassa qualità dell’informazione scientifica sbagliano a puntare il dito così decisamente e indiscriminatamente sui giornalisti.

Uno degli ultimi post pubblicati sul loro sito, in particolare, ha suscitato molte reazioni interessate da parte di altri lettori, anche se secondo me fornisce in tema di Impact Factor solo una parte della storia, riassunta così nella conclusione:

Per concludere, anche se a prima vista l’IF sembra una cazzatella alla BlogBabel o alla Technorati, la comunità scientifica sa prendere contromisure adeguate per mantenere un livello serio - e aggiungo commisurato all’impegno intellettuale - della misura dell’autorevolezza.

Siccome mi pare utile interloquire su questi argomenti con tutti gli “uomini di buona volontà”, ma il mio tono è sembrato ad alcuni supponente e sgradevole, opto per riproporre qui un articolo sullo stesso argomento - ma con conclusioni a dir poco dissonanti - che ho scritto circa due anni fa.

Per inciso, ho appena notato che il sito di BlogBabel che come Technorati stilava una sorta di classifica dei blog ha chiuso per eccesso di polemiche.

(Una versione di questo mio articolo è stata pubblicata nel 2006, con un altro titolo, sul “Sole 24 Ore Medici”).

L’impact factor ha cinquant’anni, e qualche ruga

Ha da poco superato i cinquant’anni, ma in paesi come l’Italia l’impact factor ha impiegato talmente tanto tempo ad affermarsi da finire per arrivare forse troppo tardi: mentre in altri paesi, con in testa gli Stati Uniti, suona oggi molto naif pensare di applicarlo alla valutazione del singolo, non sono rari i casi in cui i ricercatori nostrani lo riportano con risalto nel curriculum. “Gli indici come l’impact factor e il citation index sono diventati quasi dei feticci” spiega Francesca Pasinelli, direttore scientifico della Fondazione Telethon e responsabile della selezione degli studi destinati a ricevere finanziamenti “anche se da tempo è diffusa la convinzione che non siano adatti a riassumere in una cifra il curriculum di un ricercatore”.
Concorda pienamente anche l’ideatore, Eugene Garfield, nel lungo articolo pubblicato sul “Journal of the American Medical Association”: ripercorrendo l’evoluzione della sua idea espressa per la prima volta nel 1955 sulle pagine di “Science” (scarica il pdf dell’articolo) e descrivendo le molte e sofisticate elaborazioni successive, che sono da tempo oggetto di specifiche discipline che vanno sotto nomi esoterici come “bibliometrica”, “scientometrica” o “giornalologia” (vedi box), rievoca anche le distorsioni, in parte ineliminabili.

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Viva la vita, viva l’eutanasia! (Caro suicidio, grazie!)

Era parco di punti esclamativi, il mio papà. A me, che sarei diventato giornalista come lui, spiegava che andavano usati con molta parsimonia, perché quelle rare e selezionate volte in cui lo si poneva in fondo alla frase riuscisse davvero a sottolineare l’importanza dell’eccezione.

Le due frasi coronate dal punto esclamativo che ho messo nel titolo sono entrambe sue, ma le scrisse in ordine cronologico inverso: l’inno alla vita lo vergò nel suo ultimo biglietto, in cui lasciandoci dichiarava il suo amore per me, mio fratello e mia sorella, in qualche modo a chiusura del periodo della sua vita inaugurato con la scrittura dell’articolo con cui ringraziava - anche nel titolo urlato - la forza che riceveva dalla consapevolezza di poter usare la prospettiva del suicidio come un’arma per difendere la vita.

Mio papà Sergio è morto, ha deciso di andarsene nel suo letto, nel novembre del 1995, a 65 anni, prima che la malattia prendesse il sopravvento su di lui, su quello che lui sentiva di essere e voleva continuare a essere, almeno nel ricordo di quelli a cui teneva. Ho ripensato a queste cose leggendo in questi giorni le vicende per certi versi simili del poeta belga Hugo Claus che ha potuto fare appello a una legge e della signora francese Chantal Sebire che ha dovuto violarla.

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Fabio Turone

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